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Dall’acciaio all’aeroporto. Il Friuli Venezia Giulia alla sfida dell’idrogeno

Siderurgia a basso impatto, autobus non inquinanti e motori marini puliti sono i fronti più vitali di ricerche e progetti sulla transizione energetica in regione

Siderurgia pulita, autobus a impatto zero, moli elettrificati e motori marini non inquinanti. Il Friuli Venezia Giulia mette un piede nella rivoluzione dell’idrogeno, che rappresenta uno dei cardini della transizione energetica che ci aspetta. L’annuncio del gruppo Arvedi sulla produzione di idrogeno a Servola è la punta di una serie di progetti che vede soggetti pubblici e privati lavorare a un futuro più sostenibile, anche grazie ai finanziamenti che l’Ue concentrerà sul settore.

Arvedi investirà 20 milioni di euro su un impianto che già dall’anno prossimo potrebbe produrre idrogeno per alimentare il laminatoio in via di potenziamento. La cornice è quella della decarbonizzazione del ciclo produttivo che la società siderurgica sta perseguendo fra Trieste e Cremona. A Servola si userà idrogeno green, grazie a un impianto fotovoltaico da 6 megawatt posto sui nuovi edifici. L’energia innescherà l’elettrolisi: l’idrogeno prodotto sostituirà parzialmente il gas naturale destinato ai forni di riscaldo dei laminati e un’altra parte sarà stoccata e utilizzata quando necessario. Il tutto alimenterà una ulteriore linea di zincatura, che Arvedi ha annunciato due giorni fa di voler installare in un nuovo capannone da 25 mila metri quadrati, con una spesa da 80 milioni di euro.

Il gruppo lavorerà inoltre con Snam per l’impiego di idrogeno nella produzione di acciaio a basse emissioni a Cremona. Snam avrà un ruolo centrale anche in altri progetti in Fvg, dopo il protocollo siglato nel settembre scorso assieme alla Regione. L’obiettivo del presidente Massimiliano Fedriga è rispondere agli obiettivi del Green deal europeo, raggiungendo entro il 2050 un’economia a emissioni zero. Il piano coinvolge il Trieste Airport, il porto e Confindustria Udine, ma c’è anche l’intenzione di sviluppare un centro di ricerca dedicato. A muoversi sulla scena sono anche i privati, da Wärtsilä a Danieli, passando per A2a e startup dell’Area di ricerca: tutti al lavoro per dare vita a motori a basso impatto, acciaio meno inquinante e centrali termoelettriche più ecologiche. E pure la multiutility Hera comincia a guardare alle possibilità offerte dall’idrogeno green, per ora in Emilia Romagna.

Si tratta per ora di studi e progetti, ma per alcuni di essi la trasformazione in realtà potrebbe non essere lontana. È il caso di quanto si sta pianificando al Trieste Airport, che potrebbe diventare in pochi anni distributore di idrogeno per la trazione degli autobus del trasporto pubblico. Antonio Marano presiede lo scalo ed è contemporaneamente membro del cda di Snam: il manager funge da cerniera tra il Friuli Venezia Giulia e la società di infrastrutture energetiche. «In cantiere ci sono molte cose – dice – e la regione può essere una piattaforma importante della transizione energetica, sia nel campo del trasporto merci che in quello delle persone».

Per quanto riguarda l’aeroporto, è prevista l’installazione di pannelli fotovoltaici da 3 megawatt: una parte dell’energia andrebbe a soddisfare metà del fabbisogno dello scalo e dei mezzi elettrici che sempre più vi saranno impiegati, mentre il resto azionerebbe elettrolizzatori capaci di produrre idrogeno, che sarebbe stoccato e impiegato come combustibile per gli autobus che collegano l’aeroporto. Il progetto costa 4 milioni, finanziabili in parte dall’Innovation Fund dell’Ue. «La risposta dovrebbe arrivare a settembre – dice il direttore di Ronchi Marco Consalvo – ma non sarà condizione indispensabile per partire. È un’idea che non ha simili in Europa: entro l’inizio del 2022 possiamo concludere la progettazione, mentre la realizzazione richiede un anno e mezzo». Consalvo stima una produzione di 44 tonnellate di idrogeno all’anno, capace di coprire 420 mila chilometri di percorrenza: «Con un solo punto di rifornimento – precisa – possiamo far funzionare tre autobus. Sarebbe ideale avere altri luoghi di rifornimento e produzione, ma tutto deve andare di pari passo con la transizione della flotta del trasporto pubblico: un bus tradizionale costa 250 mila euro contro i 450 mila di uno a idrogeno, ma con programmi di acquisto decennali si possono abbattere le spese».

L’idrogeno è anche sul tavolo del presidente dell’Autorità portuale Zeno D’Agostino, che con alcuni grandi player studia la possibilità di impiego in ambito marittimo. «Sono in corso – spiega – studi di fattibilità per valutare come l’idrogeno possa coprire il fabbisogno di energia nei momenti di picco di consumo, senza ulteriormente gravare sulla rete elettrica cittadina». Il campo è quello dell’elettrificazione delle banchine, che verrà sostenuto con le risorse del Recovery Fund e che punta ad alimentare le navi in ormeggio con la rete elettrica: l’idrogeno potrebbe essere un valido alleato da questo punto di vista.

Per restare sul mare, c’è poi l’impegno di Wärtsilä. Come spiega il presidente Andrea Bochicchio, «lo stabilimento di Trieste sperimenterà anche combustibili con miscele crescenti di idrogeno. La prima sfida si gioca sulla percentuale di idrogeno presente nel blend di carburanti innovativi. L’altro campo riguarda l’utilizzo di idrogeno per produrre l’energia necessaria a realizzare nuovi carburanti a basso impatto: è un approccio che promette di essere ottimizzato in un periodo più breve».

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