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Dati medici di un lavoratore violati. Condannato un manager di Tmt

Il tribunale di Trieste, in foro Ulpiano, in una foto scattata da piazza Oberdan

Un anno in primo grado per favoreggiamento a Roberto Menis, direttore del terminal container. La vicenda coinvolge Puzzer, portavoce del Clpt, e la società che gestisce il molo VII

TRIESTE Una condanna in primo grado a un anno con la condizionale. È la sentenza pronunciata dal giudice monocratico Francesco Antoni nei confronti di Roberto Menis, manager di Trieste Marine Terminal, la società che gestisce il terminal container del Porto di Trieste. Il verdetto si inserisce nel quadro di una vicenda giudiziaria che coinvolge Stefano Puzzer, vicepresidente e portavoce del Coordinamento lavoratori portuali (Clpt), e un caso di presunta positività a un test antidroga sulle urine dello stesso Puzzer, da lui ritenuto frutto di una «manomissione» effettuata da ignoti a scopi diffamatori.

Roberto Menis era imputato di favoreggiamento: secondo la ricostruzione accusatoria sostenuta dal pm Cristina Bacer, con dichiarazioni reticenti e non veritiere rilasciate alla sezione di Polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, il manager portuale avrebbe contribuito a eludere le indagini volte a identificare l’autore di un altro reato, nello specifico la rivelazione del segreto professionale. Di fatto, quindi, Menis è stato condannato per aver taciuto il nome di chi, in seguito a una violazione di segreto professionale, lo avrebbe informato sull’esito di quel test antidroga sulle urine di Puzzer.

Il Clpt ha diffuso un comunicato sulla condanna del manager triestino (che è direttore del Terminal), in cui si afferma che «lottare e difendere i propri diritti è sacrosanto» e che «i lavoratori possono opporsi con successo ad abusi e prepotenze», facendo rientrare la vicenda all’interno di una serie più ampia di tentativi di «denigrare e diffamare Puzzer e il Coordinamento». 

Si tratta di una vicenda decisamente controversa, che negli ultimi giorni non è passata inosservata negli ambienti portuali, e sulla quale sia la Trieste Marine Terminal che i difensori di Roberto Menis hanno preferito non rilasciare alcuna dichiarazione.

Stefano Puzzer, assistito dall’avvocato Nicola Sponza, afferma che «finalmente è stata fatta giustizia, con un primo importante passo nella direzione della trasparenza, della verità e del diritto dei lavoratori, dopo ripetuti tentativi di screditare la mia persona e la rappresentanza dei lavoratori». Il Coordinamento aveva denunciato negli scorsi mesi diversi atti persecutori da parte di ignoti, in particolare nei confronti del suo portavoce Puzzer. Secondo quest’ultimo, tra tali episodi vi sarebbe anche un tentativo da parte di ignoti di «inquinare le sue analisi delle urine» per screditarlo.

Roberto Menis, come detto, è stato condannato in primo grado per favoreggiamento. Secondo la tesi accusatoria, il manager, sentito dagli inquirenti dalla Guardia di Finanza nel gennaio del 2018, aveva dichiarato di aver genericamente segnalato a Mario Sommariva, l’allora rappresentante legale della Agenzia per il Lavoro portuale di Trieste, che c’era il sospetto che un dipendente dell’Agenzia (Puzzer, appunto) potesse fare uso di stupefacenti, al fine di far attivare i controlli. Menis aveva poi sostenuto di non essere in grado di indicare chi lo aveva informato, limitandosi a riferire di aver appreso la notizia da voci correnti tra i lavoratori portuali, dalla cosiddetta «radio Porto», come affermato dall’imputato.

Secondo l’accusa, però, già nel luglio del 2017 Menis avrebbe segnalato a Sommariva di essere a conoscenza che Puzzer era risultato positivo al test della cocaina, chiedendo rassicurazioni in merito al fatto che il lavoratore sarebbe stato esonerato da servizi a rischio.

In base alla tesi del pm, dunque, appariva verosimile che il manager di Tmt non potesse ignorare la fonte di tale specifica conoscenza. Menis, con le sue dichiarazioni reticenti avrebbe quindi contribuito a eludere l’attività investigativa volta a identificare il soggetto che, in via diretta o mediata, aveva avuto accesso alle informazioni mediche riservate. Una tesi accolta dal giudice, che lo ha ritenuto colpevole e condannato in primo grado di giudizio

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