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Il caso del delitto in seminario a Trieste: si va verso la sentenza d’appello

Sempre più vicina la sentenza della Corte di Assise d’appello sull’omicidio del novantaduenne don Giuseppe Rocco

TRIESTE Sempre più vicina la sentenza della Corte di Assise d’appello sull’omicidio del novantaduenne don Giuseppe Rocco, l’ex parroco della chiesa di Santa Teresa trovato morto nella sua stanza da letto della Casa del clero la mattina del 25 aprile 2014. L’imputato, condannato in primo grado a 21 anni e 6 mesi di carcere, è don Paolo Piccoli.

Il suo legale, l’avvocato Vincenzo Calderoni (accompagnato dal collega Stefano Cesco), venerdì 7 maggio ha dedicato l’intera udienza all’arringa difensiva. In particolare a ciò che, a suo dire, scagionerebbe il proprio assistito dall’accusa di omicidio: la rottura dell’osso ioide della gola, riscontrata nella salma della vittima durante l’autopsia. Calderoni ritiene che la frattura non sia stata causata da uno strangolamento, come invece sostiene l’accusa, bensì dall’estrazione del blocco della laringe durante l’esame autoptico. «Il dottor Costantinides non aveva eseguito una Tac al cadavere prima dell’autopsia», ha rimarcato il legale.

Un elemento, questo, contenuto in una perizia della difesa. Ma il giudice Mimma Grisafi – presidente della Corte d’Assise d’appello (a latere il giudice Andrea Comez) – ha rigettato la richiesta della difesa di portare in aula (e quindi di discutere) il documento. L’avvocato Calderoni ieri è tornato ancora alla carica, chiedendo la nullità dell’ordinanza che respingeva la domanda di audizione del consulente della difesa proprio su quella perizia. La Corte si esprimerà anche su questo nella prossima udienza dell’11 giugno. Data in cui è prevista pure la replica del procuratore generale, l’avvocato generale della Corte di appello Federico Prato. Interverrà inoltre l’avvocato Antonella Coslovich, la legale di parte civile che tutela i tre nipoti dell’anziano sacerdote ucciso. I legali di don Piccoli, l’avvocato Calderoni e Cesco, intendono replicare a loro volta.

«Le stiamo provando tutte – osserva Calderoni – ritengo che la mia arringa abbia portato un contributo importante. La Corte era attenta. Speriamo di aver rappresentato delle buone ragioni che dimostrano la non colpevolezza di don Paolo». G. S.

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