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Cassa integrazione più alta per 60 addetti: sale la tensione alla Flex

Ordini in calo e rischio delocalizzazione: venerdì l’assemblea convocata dalle sigle sindacali Fim, Fiom, Uilm e Usb

TRIESTE Purtroppo il Covid lascia un segno anche sulla salute dell’industria: dopo l’allarme suonato ieri l’altro alla Wärtsilä, ecco alzarsi nuovamente la tensione alla Flex. Lo stabilimento di materiali elettronici in zona industriale, una delle maggiori realtà manifatturiere triestine con circa 600 addetti, un centinaio dei quali interinali, è da tempo uno dei punti caldi del contesto economico-sociale nel territorio giuliano.

La direzione aziendale ha comunicato alle rappresentanze sindacali di fabbrica un inasprimento della cassa integrazione nell’area detta “high speed”, che organizza assiemaggio, collaudo funzionale, parte finale. Quasi 60 unità lavorative sono coinvolte in una decisione che di fatto chiude l’attività di questi reparti per alcuni giorni alla settimana. Si tenga presente che Flex era già stata interessata da oltre un anno alla “cassa Covid” e ancor prima era ricorsa all’ammortizzatore sociale ordinario. Sulla vertenza sono intervenuti i territoriali Alessandro Gavagnin (Fim), Marco Relli (Fiom), Antonio Rodà (Uilm), Sasha Colautti (Usb): dopodomani venerdì presiederanno le assemblee all’aperto che si terranno alle 9.30 e alle 14.30.

Le motivazioni addotte dalla dirigenza Flex si riconducono essenzialmente a carenza di ordinativi, a sua volta causata dalla flessione delle commesse Nokia, il maggiore cliente della fabbrica triestina.

Ma i sindacati sono ancor più preoccupati da due ragioni. Una è nota e denunciata da tempo: la delocalizzazioni nel sito romeno di Timisoara, dove si assisterebbe a una continua crescita del lavoro a discapito di Trieste. L’altro è un timore di più recente conio: la possibilità che nello spazio di strada Monte d’oro sorga un hub logistico. La domanda che si pongono i sindacati è la seguente: l’eventuale base logistica amplierebbe le attività dell’attuale sito oppure ridurrebbe/sostituirebbe la produzione industriale? La seconda ipotesi, naturalmente, aggiunge paura a paure: la fabbrica si trasformerebbe in un magazzino con immaginabili ricadute occupazionali.

La questione di fondo è che la multinazionale nordamericana Flextronics, subentrata ad Alcatel Lucent sei anni fa, non è riuscita finora a dare un senso all’investimento triestino. Lo stabilimento continua a dipendere in maniera quasi totale da Nokia, nuovi clienti - nonostante le periodiche dichiarazioni aziendali - non se ne sono visti. Progetti innovativi per drenare pubblici sostegni neanche l’ombra. In pratica, scorrendo l’archivio, è dal febbraio 2018 che i sindacati denunciano in modo sistematico il mancato decollo dell’accordo firmato nel 2015. Mancato decollo sul quale - secondo loro - governo e Regione non sarebbero stati vigili nel pretendere il rispetto degli impegni.

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