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Il disastro indiano un tragico ammonimento per il mondo intero

Cosa è successo in India per giustificare questo scenario apocalittico e smentire le previsioni di soltanto qualche mese fa? Probabilmente una combinazione di diversi fattori, tra cui le varianti

TRIESTE I racconti che ci giungono in queste settimane dall’India sono drammatici. Non c’è famiglia che non conti almeno 3-4 infettati, alcuni dei quali gravi. Gli ospedali sono già oltre il tracollo, i morti sono ormai messi per terra e mancano ossigeno e respiratori. Il numero ufficiale di casi (oltre 300mila al giorno) è da record, ma rimane largamente sottostimato, probabilmente di almeno 10 volte il valore reale. Tutto questo è drammatico, ma anche sorprendente, soprattutto perché è in palese contrasto con quanto si prevedeva soltanto qualche mese fa.

Dopo un picco di contagio durante l’estate dello scorso anno, con 100mila infezioni al giorno, verso settembre i dati erano cominciati a calare. L’analisi della presenza di anticorpi nel sangue eseguita intorno a gennaio in grandi città come Delhi e Chennai aveva suggerito che più del 50% della popolazione era stata esposta al virus, per un totale stimato di circa 271 milioni di persone in tutto il paese, corrispondente a un quinto dell’intera popolazione. Questi dati avevano fatto credere a diversi ricercatori che il peggio dell’epidemia fosse alle spalle e che il paese avesse già sviluppato una sufficiente immunità di gregge.

Quello che è successo a partire da marzo a oggi è invece sotto gli occhi di tutti, con le scene dei cadaveri bruciati che stanno facendo il giro del mondo. Cosa è successo in India per giustificare questo scenario apocalittico e smentire le previsioni di soltanto qualche mese fa? Probabilmente una combinazione di diversi fattori.

Una prima spiegazione è che la prima ondata ha colpito soprattutto le fasce urbane più povere. L’analisi degli anticorpi a gennaio, quindi, non era rappresentativa dell’intera popolazione e probabilmente ha sovrastimato il numero delle persone infettate negli altri gruppi, in particolare nelle persone più abbienti nelle città.

Queste stesse persone, che prima si proteggevano, hanno ora abbassato la guardia, lasciando il contagio divampare in maniera incontrollata. Una seconda componente può essere legata alle varianti. Racconti aneddotici di quello che accade nella vita reale mostrano come lo scorso anno una persona infettata non contagiava facilmente tutto il nucleo familiare, mentre ora la diffusione tra i congiunti dilaga senza controllo.

In alcuni stati indiani, come il Punjab, è la variante B.1.1.7, identificata per prima in Gran Bretagna, a spargersi. In altri, è la nuova variante B.1.167, trovata per la prima volta proprio in India lo scorso anno. Quest’ultima variante è particolarmente preoccupante perché porta due mutazioni legate a un aumento della trasmissibilità e a una certa abilità a sfuggire al sistema immunitario. Sono almeno altri 20 i paesi in cui è già stata trovata, Italia inclusa. In questo senso, la situazione in India sarebbe analoga a quella in Brasile lo scorso anno, dove l’epidemia aveva dilagato nella città di Manaus sostenuta dalla variante P1, anche questa altamente trasmissibile.

Ma è ancora difficile capire se siano le varianti il vero problema dell’India, anche perché il numero di ceppi virali sequenziati è minuscolo rispetto al contagio dilagante. Oltre alle caratteristiche epidemiologiche del contagio e alle varianti, una terza concausa è sicuramente legata agli assembramenti sociali e alla mancanza di restrizioni nelle possibilità di spostamento. La narrativa che l’India aveva domato il Covid è stata fatta propria da politici e amministratori alla fine dello scorso anno, trasmettendo un falso senso di sicurezza. Negli ultimi due mesi, grandi numeri di persone si sono ammassate in cerimonie religiose, riunioni politiche di massa e matrimoni.

Il vaccino avrebbe potuto prevenire il disastro attuale, ma i dati sono sconfortanti. E’ vero che circa 26 milioni di persone sono già state vaccinate in India, un record tra i paesi in via di sviluppo. Ma questi però rappresentano solo l’1.8% della popolazione e quindi sono irrilevanti dal punto di vista della prevenzione della diffusione del virus. Con la beffa aggravante che di fatto l’India è, insieme a Europa e Stati Uniti, uno dei più grandi produttori di vaccini al mondo. Sono due i vaccini prodotti in India: Covaxin è basato su un virus inattivato, simile ai vaccini cinesi Sinopharm e Sinovac, una strategia non particolarmente efficace se dobbiamo credere ai dati disponibili su questi ultimi. Covishield, invece, usa la stessa tecnologia di AstraZeneca, basata su un vettore adenovirale. L’India, insieme al Sudafrica, sta anche cavalcando una coalizione di oltre 100 paesi affinché i brevetti su tutti i vaccini siano sospesi per consentirne la produzione nei paesi in via di sviluppo. Ma rimangono grossi dubbi proprio sulla qualità della produzione locale, specialmente per vaccini più sofisticati dal punto di vista tecnologico come quelli di Moderna e Pfizer.

In conclusione: mettete insieme tante persone appiccicate senza protezioni, di cui solo poche sono state vaccinate, aggiungete un po’ di virus mutante che si diffonde in maniera più accelerata e la ricetta per il disastro è perfetta. Una lezione su cui dovrebbero tutti meditare, noi in Italia inclusi.

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