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Dal calo di produttività alla fuga all’estero: a Est l’omofobia costa fino al 2% del Pil

Secondo uno studio sostenuto da decine di colossi dell’industria le discriminazioni pesano anche sull’economia dei Paesi analizzati

BELGRADO. Non solo singole esistenze messe quotidianamente in difficoltà dalle discriminazioni di persone illiberali e da governi ultraconservatori se non reazionari; ma anche seri danni al sistema economico, con un Pil che non cresce nella misura in cui potrebbe. È quest’ultima la conseguenza indiretta meno nota della discriminazione contro la comunità Lgbt in ampie parti dell’Europa centro-orientale e balcanica. Lo ha svelato uno studio del think tank “Open for Business”, sostenuto da decine di multinazionali e colossi della finanza e dell’industria da Ibm, Google a Microsoft passando per Deutsche Bank, Kpmg e Deloitte.

Lo studio ha preso in considerazione alcuni fra i Paesi più rappresentativi dell’Est Europa in termini di popolazione e soprattutto di peso e potenziale economico: in testa la Romania, ma anche l’Ungheria di Orban e la Polonia di Kaczynski, oltre all’Ucraina. Si tratta di aree che negli ultimi anni – malgrado progressi a macchia di leopardo - sono finite sulle prime pagine dei grandi giornali europei per scandali e casi legati all’intolleranza verso lesbiche e gay. Lo studio ha cercato di calcolare quanto costa allo Stato, alle imprese e al sistema economico in generale discriminare gay, lesbiche e trans, non implementando legislazioni all’insegna dell’uguaglianza o quantomeno rinunciando a puntare su una convinta inclusione in Paesi e in una regione dove non c’è ancora «piena uguaglianza». E dove le autorità usano spesso le minoranze come «agnelli sacrificali» per distogliere l’opinione pubblica da altri problemi, dove «discriminazioni e violenze» contro la comunità Lgbt sono ancora «comuni, specialmente fuori dai grandi centri urbani», si legge nell’analisi.

Parliamo di «livelli di attività anti-Lgbt» che hanno un costo, ha denunciato la ricerca. Ed è altissimo, secondo lo studio, per i quattro Paesi esaminati: si parla infatti di più di 8,6 miliardi di dollari all’anno perduti a causa delle discriminazioni. Praticamente «quasi il 2% del Pil», ha calcolato la Thomson Reuters Foundation. Le perdite sono collegate ai danni concreti delle discriminazioni nella vita reale di migliaia e migliaia di persone. Danni come le differenze di salario di cui sarebbero vittime esponenti della comunità Lgbt, «conseguenze sulla salute» con depressione diffusa che provoca «un calo della produttività». E ci sono poi legislazioni e comportamenti intolleranti, come le zone “libere” dagli Lgbt in Polonia o le leggi contro le adozioni per le coppie dello stesso sesso in Ungheria, che incoraggiano la «fuga di cervelli verso società più aperte» come Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna e persino Australia, ha messo nero su bianco lo studio.

Non mancano poi le opportunità mancate. Quando l’Agenzia europea del farmaco (Ema) doveva considerare una nuova sede dopo la Brexit, il 70% dei suoi dipendenti dissero che «si sarebbero licenziati» se il nuovo quartier generale fosse stato insediato «a Varsavia o a Budapest», capitali di nazioni non abbastanza «tolleranti e aperte culturalmente», ha ricordato lo studio. Basterebbe invece pochissimo per rendere meno ardua la vita di lesbiche e gay a Est, facendo allo stesso tempo fiorire l’economia. Solo un «10% in più di diritti in questi Paesi farebbe crescere il Pil pro capite di 3.000 dollari all’anno». E la riprova è che le nazioni più aperte verso i diritti Lgbt hanno «migliori performance» economiche, ha assicurato uno degli autori dello studio, George Perlov. Studio che non deve essere stato letto o comunque preso in considerazione a Belgrado, dove il presidente serbo Aleksandar Vučić ha chiuso le porte alla promulgazione di una attesissima legge sulle unioni legali per le coppie gay. Per «proteggere la Costituzione», è stato detto.

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