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Vaccini e trombosi, che correlazione esiste e quali pericoli si corrono? Le risposte del cardiologo Gianfranco Sinagra

Il direttore del Dipartimento cardiovascolare dell’Asugi fa chiarezza sul tema più dibattuto del momento

TRIESTE Vaccini anti-Covid e rischio trombosi: il tema che sta monopolizzando l’attenzione mediatica di tutto il mondo in questa fase della pandemia. Ma cos’è la trombosi, quanto è pericolosa e, soprattutto quanto è diffusa nella popolazione? Saperlo è un punto di partenza decisamente utile, soprattutto di questi tempi, per orientarsi nel magmatico dibattito riguardante i vaccini. Abbiamo raccolto il contribuito chiarificatore di un luminare della cardiologia, Gianfranco Sinagra.

Il direttore del Dipartimento cardiovascolare dell’Asugi ha risposto alle domande riguardanti questa patologia, spiegando quali siano i sintomi, le cure, l’incidenza tra i ricoverati nei reparti di cardiologia, affrontando poi la delicata e controversa questione vaccini. Sui casi di trombosi successive alle inoculazioni, il professor Sinagra ha ribadito la necessità di andare fino in fondo negli accertamenti, con il massimo scrupolo. Ma ha anche sottolineato di non avere dubbi sull’efficacia e sulla sicurezza dei vaccini anti-Covid attualmente in distribuzione. Secondo Sinagra vaccinarsi è la scelta migliore da fare per proteggere se stessi e gli altri dal virus. Ecco tutte le sue risposte.

Cos’è la trombosi, che sintomi ha e come viene diagnosticata? 

È un’aggregazione delle piastrine che, commiste a proteine della coagulazione, determina l’ostruzione di vasi. Parliamo di vasi venosi, anche per il distretto cerebrale, e non arteriosi che hanno a che fare con l’infarto miocardico acuto o le forme classiche di ictus cerebrale. Spesso è asintomatica. Quando interessa le gambe dà gonfiore monolaterale con pelle arrossata. Quando si complica e si verifica un’embolia polmonare c’è insufficienza respiratoria. In caso di trombosi cerebrale c’è un forte mal di testa persistente, che può accompagnarsi a visione alterata o ad altri disturbi. La diagnosi è clinica quando si vedono i sintomi descritti. Attenzione se un esame del sangue mostra un calo importante delle piastrine: può essere spia di disordini acuti della coagulazione.

Quanto può essere pericolosa? È considerata una patologia rara?

Se per pericolosità intendiamo mortalità, quella per la trombosi venosa è inferiore al 5% e quella per embolia polmonare è inferiore al 10 %. Fra gli allettati, gli ingessati e i malati oncologici la mortalità per chi sviluppa un trombosi venosa oscilla tra il 2 e il 5%: dipende molto dalla gravità dell’evento e dalla tempestività di diagnosi e terapia, proprio come per l’infarto acuto. Le trombosi venose profonde e le embolie polmonari restano comunque rare e colpiscono maggiormente nella quinta decade di vita. Basti pensare che ogni anno in terapia intensiva cardiologica a Trieste, su mille ricoveri, meno di 15 sono per embolie polmonari acute a fronte di più di 500 ricoveri per infarti miocardici ad alto rischio e più di 400 per scompenso cardiaco. 

Esistono farmaci che possono favorirne l’insorgenza? 

Il rischio generico di eventi trombotici in seguito ad altri tipi di vaccinazione tradizionale, non quella anti-Covid, è stato osservato in passato. Ci sono anche terapie che possono favorire manifestazioni trombotiche, pur in percentuale bassa: ad esempio i farmaci antinfiammatori non steroidei, comunemente assunti per i dolori articolari, o i farmaci contraccettivi di tipo estroprogestinico (la pillola). Poi ci sono disordini genetici che rendono il soggetto più predisposto alle trombosi venose, eventi che hanno ricorrenza familiare. Altre condizioni che possono favorire la trombosi: l’immobilità a letto, un’inadeguata profilassi per la fluidità del sangue quando si portano gambaletti per fratture e alcune patologie oncologiche. Il fumo è tra i fattori che espongono di più al rischio trombosi. 

Se ci si ammala di Covid aumenta il rischio trombosi? 

Non c’è evidenza che il Covid abbia un impatto significativo sulle trombosi arteriose e sui processi che portano ad infarto miocardico acuto e ictus ischemico, mentre da quanto abbiamo potuto osservare c’è stato un incremento dei fenomeni trombotici venosi negli arti o di tromboembolie del circolo polmonare in particolare nei pazienti gravi, allettati e con insufficienza respiratoria che sta tra l’8 e il 15 %. I maschi sembrano essere più frequentemente colpiti. La percentuale di rischio di un evento trombotico a livello venoso per chi si ammala di Covid è dunque di gran lunga più alta del rarissimo rischio di avere una trombosi dopo aver preso una dose di vaccino, la cui correlazione è peraltro ancora tutta da dimostrare. 

Cosa si sa dell’ipotizzato legame con i farmaci vaccinali? 

I fenomeni di trombosi successivi ai vaccini osservati sono rarissimi: 2-3 eventi per milione di vaccinati. Vanno sicuramente approfonditi per accertare se ci sia un rapporto causa-effetto, come si fa con tutti i farmaci, ma non possono modificare il giudizio positivo sulla capacità di prevenire l’infezione, tanto più considerando che i casi gravi sono più frequenti nella fascia d’età superiore ai 65 anni e nei soggetti fragili, mediamente già affetti da altre malattie. Il rischio che un paziente con preesistente scompenso cardiaco quando colpito dal Covid possa morirne è da 2 a 4 volte maggiore della popolazione di confronto. E comunque va rimarcato che tutte le sostanze biologiche e chimicamente attive, vale anche per l’aspirina e gli antibiotici, possono dare delle reazioni avverse talvolta fatali.

Scegliere di immunizzarsi resta la scelta più sicura?

Tutti i vaccini anti-Covid autorizzati da Ema e Aifa sono efficaci e ragionevolmente sicuri. L’impatto nel ridurre il rischio clinico legato all’infezione è di gran lunga superiore al raro tasso di complicanze attribuibili, comprese quelle ora in corso di approfondimento. Basta osservare quanto avviene, in questa ondata, a livello di case di riposo e operatori sanitari: le propagazioni incontrollate del contagio viste nella prima ondata non ci sono più, sono state contenute grazie al vaccino. I vaccini non incidono solo sul rischio mortalità, ma in generale su tutte le manifestazioni cliniche della malattia. Intanto sarebbe opportuno allargare le categorie della fragilità, a prescindere dall’età: basti pensare a chi ha gravi malattie respiratorie o cardiologiche croniche e ai malati ematoncologici.