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«In Porto vecchio l’eredità storica della Mitteleuropa condurrà al futuro»

L'architetto e paesaggista tedesco Andreas Kipar

Le idee di Andreas Kipar, chiamato a costruire una visione d’insieme sul futuro dell’area: «Al centro gli spazi pubblici, il verde e le persone» 

TRIESTE Uno spazio pubblico a misura di persona. Se ai tempi dell’Impero un boschetto campeggiava in Piazza Grande, un domani un boulevard verde potrebbe diventare il simbolo della rinascita del Porto vecchio di Trieste. È proprio a partire dal recupero dell’eredità storica mitteleuropea che l’architetto e paesaggista Andreas Kipar sta pensando le linee guida per il recupero dell’area, un compito che il Comune di Trieste si accinge ad affidargli nel momento in cui si appresta a passare dalla fase della pianificazione a quella della progettazione dell’area.

Architetto, da quando conosce il Porto vecchio di Trieste?


«Le prime passeggiate nello scalo triestino risalgono a decenni fa, quando studiavamo il Porto antico di Amburgo. È un legame che in questi anni si è sempre coltivato».

È possibile il rilancio dell’area?

«Penso che i tempi siano ormai maturi, visto che c’è un piano urbanistico e siamo in piena transizione ecologica».

Lei stabilirà le linee guida per lo sviluppo dell’area. Quali saranno gli assi portanti del suo lavoro?

«Seguo un principio molto semplice, che riporto sempre anche ai miei studenti: uno spazio pubblico ha corpo, anima e vestito. Il corpo del Porto vecchio c’è, un fantastico gigante in attesa di essere rianimato. Per dargli un’anima bisogna studiare la sua vita pubblica, i flussi, le materie. Dopo aver studiato queste cose si può pensare a fare un vestito su misura».

Il Piano regolatore approvato consente un lavoro di questo tipo?

«Io ho potuto accettare l’invito del Comune di Trieste perché c’è un piano urbanistico approvato che rimanda alle linee guida primarie per lo spazio pubblico: dice chiaramente che, visto che gli edifici ci sono, bisogna ragionare su quello che sta tra gli edifici. In questo senso è un approccio all’avanguardia, oggi tutta Europa sta discutendo di cosa fare dello spazio pubblico: nelle città della pandemia e della post-pandemia questo concetto assume un ruolo nuovo, è il rinascimento dello spazio pubblico».

Come ripensare lo spazio pubblico in Porto vecchio?

«Partendo dall’essere umano. Il modo unico in cui i triestini vivono il lungomare di Barcola riflette un uso mitteleuropeo dello spazio pubblico, inteso quasi come anticamera della propria abitazione: uno spazio di pubblica utilità. Questo dato ci offre un’apertura sullo sviluppo possibile dello scalo, che essendo un’area immensa comporterà una grande riappropriazione di spazi da parte della società. Dobbiamo cambiare, insomma, il paradigma tradizionale e mettere al primo posto l’uomo, poi lo spazio, e solo infine l’architettura».

Quale sarà l’approccio architettonico?

«L’architettura è al servizio delle funzioni. Siamo stati chiamati a dare una visione di spazio pubblico, una linea guida a cui tutti i singoli che vorranno intervenire dovranno concorrere un domani. Lo stiamo già facendo nel dopo-Expo di Milano, l’area Mind: lì abbiamo cento ettari di riuso che diventeranno un campus di importanza mondiale dal punto di vista scientifico e tecnologico. Allo stesso modo il Porto vecchio deve diventare un nuovo paesaggio urbano. Questo è un momento in cui tutte le città europee si stanno reinventando, e il vecchio scalo può diventare il tassello su cui si reinventerà Trieste nei prossimi decenni. Però non si può iniziare dal vestito, tornando ai principi iniziali: se parti da quello poi lo devi buttar via, prima devi capire le persone, i flussi, gli spazi».

Serve quindi una visione complessiva?

«Bisogna evitare che il primo che arriva faccia quello che vuole, altrimenti è l’insalata mista. E Trieste merita una portata alla sua altezza. Il Comune e la Soprintendenza hanno dimostrato saggezza nel richiedere un ragionamento d’insieme: serve un criterio in base al quale, un domani, dire sì o no agli investitori».

Lei sarà incaricato anche di stabilire le linee guida sugli interventi degli edifici, che sono tutelati dalla Soprintendenza in modo molto vincolante.

«Sarebbe un gravissimo errore apportare degli stravolgimenti, sarebbe come distruggere il capitale che si ha tra le mani. I due elementi di più pericolosi dei nostri tempi sono l’indifferenza e la banalizzazione. E Trieste è una città troppo importante per banalizzare anche un solo edificio. Bisogna pensare alla storia che ogni palazzo, ogni piazza portano con sé. Bisogna partire da questa grande cultura mitteleuropea per far di Trieste un luogo del desiderio, dove sulle orme della storia si sviluppa il futuro. Non è un sogno ma qualcosa che attraverso le linee guida si può portare a compimento. Mi auguro sia un lavoro corale: servirà la città, il Comune, la soprintendenza, gli operatori… Servirà che le istituzioni abbiano di nuovo voglia di ragionare sul destino non solo di Porto vecchio, ma di tutta Trieste».

Il ruolo del verde?

«Partire dallo spazio pubblico è partire dal verde. Bisogna riportare il suolo urbano a una propria fertilità. Il Porto vecchio ha già un suo asse monumentale e culturale, io vorrei riuscissimo a far partire dalla zona della stazione una grande passeggiata attraverso lo scalo: un boulevard green, un bosco lineare, che congiunge il centro all’area rinata, in cui un domani possano circolare mezzi di trasporto innovativi. All’area Expo di Milano stiamo attrezzando a verde il chilometro del decumano. In questo modo il verde diventa una vera e propria infrastruttura, che raccoglie le acque piovane, non le fa disperdere e le mette al servizio dell’elemento vegetale che cresce».

Il Comune ha consentito di inserire una parte di residenzialità.

«La trovo una decisione saggia. Oggi tutto il mondo sta studiando il modo di rendere vivibili i nostri centri città. E il Porto vecchio offre tutte le opportunità per nuovi tipi di abitazioni. Nel momento in cui diciamo che il rilancio va costruito a misura d’uomo, bisogna anche dare gli spazi alle persone. Tutto dipende dal giusto mix, da qui l’importanza della regia collettiva: tutti i grandi sviluppi richiedono una grande regia. È come un’orchestra che suona una sinfonia, ogni strumento è importante. Così i masterpalan si traducono in regole, principi, che grazie ai diversi investitori diventano un’opera corale». —


 

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