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Abbiamo perso la capacità di ascoltarci

Un aiuto psicologico può anche servire con il rischio che diventi però un placebo sociale

TRIESTE In questa epoca di tutorial virtuali possiamo immaginare che presto avremo a disposizione degli apparati personali per colmare un deficit ormai generalizzato, la nostra incapacità di ascoltare. Questo ascoltatore avrà il compito di registrare e comprendere quello che a noi sfugge quando siamo insieme agli altri: lo incorporeremo in modo che diventi quasi un complemento della nostra attenzione ormai attutita, un necessario prolungamento artificiale della soggettività di ciascuno.

Sto scherzando? Non credo: il deficit di ascolto sta diventando endemico nella comunicazione pubblica ed è ormai devastante nelle relazioni ravvicinate della vita quotidiana. Se entriamo un poco più nel merito, possiamo osservare che non è solo una questione di “volere” ma anche e soprattutto di “potere”. Possiamo avere l’impressione che il non voler ascoltare dipenda dal nostro disinteresse verso l’altro o verso un altro – quello che sta accanto a noi – di cui conosciamo già le parole: bastano un inizio di frase e la tonalità dell’incipit di una conversazione casalinga per darci la certezza di avere già capito il resto, che dunque ci risparmiamo. Il che vale anche per le comunicazioni mediatiche: ci serve spesso solo l’inizio di un parere o di una spiegazione dell’esperto di turno per chiudere l’audio interiore.

Ma non è così semplice. Nella nostra attuale sordità intervengono automatismi interni ed esterni che ci impediscono di illuderci che davvero noi siamo liberi di accendere o spegnere a piacimento questo audio interiore: ci sono soprattutto i disturbi ambientali, dal tempo disponibile alla fretta di andare oltre quello che dicono gli altri per poter dire subito la nostra. Nella socialità sempre più ristretta in cui viviamo, il tempo per ascoltare, quando si dà, risulta ridotto al minimo, un minimo a propria volta sbarrato da una incomprensione pregiudiziale. Credo che ciascuno possa verificarlo nella sua esperienza personale.

Ed ecco il punto: tendiamo a non ascoltare, non perché decidiamo che sia una cosa inutile e oziosa, ma perché “non sappiamo” più ascoltare, quasi che su questa pratica così essenziale sia intervenuto un blocco, un’incapacità, un potere che la annulla. Se fosse così, dovremmo pensare che abbiamo perduto la capacità di ascoltare; anche se volessimo riattivarla – come sto proponendo in queste righe – non basterebbe pigiare un tasto, poiché è il meccanismo nel suo insieme che risulta rotto. Per aggiustarlo, se ne avvertissimo l’esigenza etica e la necessità culturale, dovremmo cominciare a capire un po’meglio di che si tratta. Mi limito a indicare il senso non così ovvio che la frase “non riusciamo ad ascoltarci” contiene.

“Ascoltarci” mette in gioco la relazione con gli altri, significa ascoltare chi ci sta vicino o entra in un rapporto con noi, ma vuole anche dire ascoltare coloro che consideriamo estranei e sono lontani, quelli – e possono essere tanti – che chiedono ascolto senza riceverlo, quelli ai quali siamo sordi perché ci sembrano semplicemente stranieri, appunto “altri”. E qui l’ascoltatore automatico, anche il più tecnicamente avanzato, non potrà aiutarci. I risvolti di cultura e di civiltà di questa incapacità di ascolto sono sotto gli occhi di tutti. Ma l’aspetto più significativo dell’“ascoltarci” riguarda forse il fatto che nel “ci”, oltre agli altri che sono fuori di noi, siamo compresi, coinvolti, messi in discussione, anche noi stessi: riuscire ad ascoltare vuol dire infine e specialmente essere in grado di ascoltare sé stessi, una capacità che si sta sempre più azzerando nonostante la cospicua presenza attorno a noi del mondo “psi”.

Un sostegno psicologico può aiutare, ma perlopiù corre il rischio di funzionare da placebo sociale senza riuscire a toccare la vera questione. Nessun “ascoltatore” (neppure quelli in carne e ossa) può davvero sostituirsi allo scomodo lavoro che ciascuno dovrebbe intraprendere su di sé, senza ricorrere ad alcuna comoda malafede. Si tratterebbe, infatti, di riuscire ad ascoltare non le proprie voglie immediate, ma quell’“altro” che ciascuno in definitiva è per sé stesso. Troppo difficile? Qualcosa di inutile e magari penoso? E se fosse proprio da qui che si può cominciare a ricostruire la capacità di ascoltare che abbiamo perduto? E se fosse proprio questo rifiuto, ormai endemico, di mettersi in gioco che ha bloccato l’ascolto e ci rende sempre più sordi e sempre più superficiali? —

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