Armadi, credenze, comodini fra le testimonianze dell’esodo a Trieste. Così nasce al Magazzino 26 il museo della civiltà istriana

Avviato il trasloco dal “18” agli stanzoni della nuova sede. Il direttore dell’Irci Delbello anticipa l’allestimento. In via Torino un centro studi

TRIESTE Il mobile della signora Maria Breccia è arrivato nel penultimo stanzone. Assieme a quello di Agata Mari, Giorgio Chersan, Antonio Dralli e a tanti altri. Comodini, credenze e armadi appartenenti al periodo che va dalla fine dell’‘800 alla prima metà del ’900, con un po’ di Razionalismo e qualche Biedermaier: sono i primi oggetti arrivati al secondo piano del Magazzino 26, in Porto vecchio, la nuova sede del Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata, trasferiti dal Magazzino 18.

Sono le masserizie della «nostra gente», come la chiama il direttore dell’Irci, Piero Delbello, ovvero degli esuli istriani, fiumani e dalmati, trasferite nel primo giorno e mezzo di lavoro da una ditta di traslochi, finanziata grazie a 80 mila euro del Comune, e da una decina di volontari dell’istituto. Si stima in una quarantina di giorni il tempo per concludere il trasloco, cui seguirà un allestimento che riproporrà la stessa atmosfera che si respirava nell’altro silo, divenuto famoso grazie allo spettacolo teatrale “Magazzino 18” del cantautore Simone Cristicchi. Quell’edificio ha ospitato dagli anni Novanta ciò che gli esuli erano riusciti a portare con sé, una volta abbandonate le proprie terre nel secondo Dopoguerra. Prima di essere ristrutturato, era stato il Magazzino 26 a ospitare le masserizie.


Muri bianchi, pavimento al grezzo. Così sono e così saranno presentate al pubblico, con un’inaugurazione a cui il sindaco vorrebbe invitare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tre delle quattro stanze da 500 metri quadrati l’una che accoglieranno duemila metri cubi di masserizie, che comprendono anche posateria, specchi, pentole e tanti altri oggetti di vita quotidiana. Duemila sono anche i metri quadrati dedicati al nuovo museo, che diventerà comunale e comprenderà anche, nella prima stanza, reperti archeologici e una ricostruzione etnografica, oggi presenti nella sede dell’Irci di via Torino. Che diverrà invece, spiega l’assessore alla Cultura Giorgio Rossi, «una sede finalizzata agli studi sulla civiltà istriana, fiumana e dalmata, collegata ad altri istituti europei, che si occupano di analizzare altri esodi e migrazioni pure da un punto di vista storico».

Tornando alla prima stanza, il direttore Delbello racconta, come fosse già realtà, l’esposizione che i visitatori potranno ammirare all’entrata. «Qui ci sarà il museo tradizionale. Il pubblico entrerà in quella che è la storia secolare e millenaria di Istria, Fiume e Dalmazia e poi arriverà all’evento di rottura, la seconda guerra mondiale – continua Delbello –. Quindi ci sarà un passaggio tra la parte museale, che si completerà con i reperti di tipo etnografico, e la parte delle masserizie. Inoltre ci sarà una sorta di anfiteatro immaginario con la gente che si potrà raccogliere attorno a un plastico simbolico di una delle nostre città, Umago, com’era prima del dramma». Mentre negli altri stanzoni «l’allestimento ripropone una visione delle interminabili file di mobili e di masserizie – spiega Delbello – così come in origine stavano sul molo a Pola, sul Toscana, sui marciapiedi di città e paesi, pronte a essere caricate su carri e camion. Il principio è questo, come al Magazzino 18, che ripeteva quella situazione iniziale. Nel Magazzino 18 però non si poteva entrare nei vari percorsi, invece qui sì».

«Questo – conclude Rossi entusiasta del nuovo museo – sarà un cuore pulsante del Magazzino 26, che chiamiamo Centro di gravità permanente culturale, dove il nuovo Museo, che viene trasferito attraverso un lavoro miracoloso, diventa una delle prime iniziative di tale spazio, che in sei mesi cambierà completamente». —


 

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