L'assessore alla Sanità Fvg Riccardi: «Mai pensato di mollare. Ora cambiamo prospettiva su restrizioni e chiusure»

L'assessore Riccardo Riccardi

L’analisi di Riccardi a 14 mesi dall’inizio dell’emergenza. «Abbiamo bloccato bar e ristoranti e ora scopriamo che la gente si contagia soprattutto in casa: va ribaltato il meccanismo» 

TRIESTE Un anno e due mesi in trincea, centomila contagi, 3.500 morti, una campagna vaccinale che è un Everest da scalare. Riccardo Riccardi ammette le difficoltà, anche personali, di un’esperienza da assessore alla Salute che mai avrebbe potuto immaginare così: «Ti passano per la testa tanti pensieri». A fine pandemia, chissà, potrebbe arrivare il passo indietro (il vicepresidente alimenta il mistero sul suo futuro). Adesso c’è da vincere la battaglia contro il Covid. Con la collaborazione del governo, ma anche dicendo al governo quello che non va: «L’economia deve poter tornare al lavoro».



Che esperienza lavorativa e umana è stata e continua a essere?

«Faticosa, difficile, inedita e imprevedibile. Ho visto di tutto: dal dolore di chi non ha potuto vedere morire i propri cari all’entusiasmo di coloro che escono dai centri vaccinali. In un sistema che, composto da tanti professionisti sanitari straordinari, con un anno di fatica sulle spalle sta fronteggiando un fenomeno senza essere stato preparato per farlo».

Il momento più difficile?

«All’inizio l’assenza dei dispositivi di protezione individuale e delle tecnologie necessarie per aumentare i posti delle terapie intensive. E poi, tra i tanti, l’equilibrio tra i sanitari che chiedono misure restrittive per limitare il contagio e la tensione nelle persone che non sopportano più di essere limitate nelle loro libertà».



Ha mai pensato di lasciare l’incarico?

«Le difficoltà, soprattutto quando sei solo, ti portano a riflettere. E ciò che accade non colpisce soltanto te, ma anche chi ti sta vicino. Ti passano per la testa tanti pensieri. Ma una persona responsabile davanti agli tsunami non può scappare. Se lo vuole davvero, lo può fare non in mezzo, ma alla fine del picco delle difficoltà».

L’errore che non rifarebbe? Forse quell’inutile attesa per la nave Covid in porto?

«In queste vicende ci sono cose giuste e altre sbagliate. L’importante è sapere di aver operato nel migliore dei modi possibile. La scelta della nave è stata una risposta a una domanda di previsione del contagio. Non averla realizzata non è la vittoria di chi non la voleva, ma la fortunata riduzione di quella previsione. Quando devi trovare letti e cure per persone e non li hai, non puoi andare tanto per il sottile. La verità è che attorno alla nave, quella che io chiamo l’altra pandemia ha trovato un modo per occupare uno spazio del campo».

L’ultimo scontro con i rianimatori. Come è stato il confronto politico-istituzionale?

«Ho visto e ascoltato posizioni responsabili, ma anche molta strumentalizzazione. Mi viene da sorridere quando leggo qualche comunicato dove all’inizio si richiama il titolo collaborativo e poi si spara contro. L’unico vero rapporto leale c’è stato tra coloro che dovevano risolvere i problemi. Così è stato tra Regioni e governo».

Riaperture già da fine aprile?

«Il primo ossigeno che l’economia chiede è il ritorno al lavoro. Qualche scienziato si è illuso che le chiusure sopportabili nel breve del primo periodo reggessero all’infinito. Penso vada cambiato il soggetto dell’osservazione. Si è chiuso pensando più al luogo e meno alla popolazione che lo frequentava. La vita nelle zone rosse di oggi non è quella di un anno fa. Questo tempo dell’infezione rispetto al primo ha dimostrato che la prevalenza dei focolai sta nelle case e nelle famiglie».

Come intervenire?

«Abbiamo chiuso bar e ristoranti che avevano investito per la sicurezza spostando le persone nelle case senza sicurezza. La cucina di casa si è rivelata più pericolosa del bar del paese. Va ribaltato il meccanismo: poche regole rispettate piuttosto di tante non osservate e che nessuno riesce a controllare».

Cos’è cambiato da Arcuri a Figliuolo?

«Non faccio parte della categoria di quelli che il giorno dopo la finale dei mondiali persa ti spiegano la formazione con la quale avresti vinto di sicuro. Le esperienze vanno contestualizzate. Ci sono state tre fasi: Borrelli, Arcuri e ora Figliuolo. Quando ti trovi a governare lo sconosciuto, cerchi di migliorare ciò che hai trovato. Ma quello che hai trovato è il lavoro di chi c’era prima di te».

Chi ha sbagliato di più?

«Molti errori si potevano evitare, non sbaglia solo quello che sta sul divano, ma anche chi spara nel mucchio e urla Barabba al posto di Gesù. Il generale Figliuolo ha un compito e condizioni diverse rispetto alle altre due esperienze, ma resta una questione cruciale su cui riflettere. Prima con i dispositivi di protezione e ora con i vaccini: sono tutt’altro che sovranista o di estrema sinistra, ma un Paese non può essere ostaggio di dinamiche, in particolare economiche e finanziarie, che non consentono di avere gli strumenti necessari per tutelare la salute della gente».

Che svolta si aspetta da Figliuolo?

«Figliuolo ha il compito di far correre la macchina vaccinale, un lavoro peraltro svolto dalle Regioni. Per farlo dovrà avere quei vaccini che ancora oggi non ha».

Conferma l’obiettivo di immunità Fvg per il 70-80% a fine settembre?

«Dipenderà dalle dosi disponibili. Se l’obiettivo del governo sarà 500 mila al giorno, noi faremo le nostre 10 mila».

Ma sarà possibile, come per esempio in Serbia, scegliere il tipo di vaccino?

«Non credo che oggi il tema sia attuale. Sarei molto contento se avessimo le dosi per vaccinare tutti quelli che lo vogliono».

La pandemia, prima o poi, rientrerà. Che cosa servirà fare dopo?

«Regioni e Governo ci stanno già lavorando. Sono convinto di alcune cose: un grande investimento nel capitale umano, la revisione del rapporto tra la sanità pubblica e la medicina generale, l’avvio vero dello spostamento del baricentro tra gli ospedali e il territorio. Le prevenzioni dovranno diventare il primo e non l’ultimo anello della catena insieme alla revisione degli standard ospedalieri. Sarà necessario anche un piano per la realizzazione di strutture per cure intermedie e il nuovo assetto delle residenze sanitarie assistenziali e una decisa accelerazione del processo di digitalizzazione».

Teme che pagheremo il rallentamento delle attività sanitarie non Covid?

«È un pericolo reale, dobbiamo ritrovare il modo di garantire soluzioni che, in particolare per alcune specialità, determinano importanti fughe perché assicurate dal privato accreditato fuori regione: il cittadino è molto più avanti della liturgia del sistema. Bisogna mettere insieme le più adeguate risposte di sanità pubblica affrontando questi aspetti senza approcci ideologici».

Tra due anni si vota per la Regione. Ha già pensato a cosa farà?

Da oltre un anno non so quello che mi tocca il giorno successivo, davvero non cosa farò tra due anni. Suggerisco un’altra domanda, ma senza dare una risposta: cosa farà alla fine del punto critico della pandemia?». —
 

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