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La Capodistria- Divaccia «mette a rischio le acque del Rosandra». Gli ambientalisti sul piede di guerra

Lavori per vie d’accesso (2Tdk)

Puntano il dito sul pericolo di inquinamento delle falde acquifere che poi si gettano nel torrente

LUBIANA La principale accusa degli ambientalisti italiani alla nuova infrastruttura ferroviaria tra Capodistria e Divaccia, oltre a quella dell’impatto paesaggistico, è il rischio che vengano inquinate le falde acquifere che poi si gettano nel torrente Rosandra che scorre lungo l’omonima valle in territorio italiano. Un gruppo di speleologi triestini si è recato sul pianoro di Ocizla e si è calato nelle grotte che vi si trovano. Versando del colorante nell’acqua intercettata nelle cavità si è visto che la stessa sgorga poi nel torrente Rosandra. Il rischio più elevato di inquinamento delle falde si avrà proprio in fase di realizzazione dell’opera quando i macchinari adoperati per realizzare i trafori potrebbero sversare olii e combustibile nel terreno, prodotti che si infilterebbero nelle falde acquifere.



«Dagli studi e ricerche effettuati da geologi e speleologi sloveni e italiani risulta che i lavori di costruzione del cosiddetto secondo binario tra Capodistria e Divača nell'area dell'alta Val Rosandra (in territorio sloveno) e del sistema carsico di Beka-Ocisla, ricco di grotte e cavità naturali, potrebbero inquinare e compromettere le acque sotterranee che poi sgorgano a Bagnoli/Boljunec», conferma Andrea Wehrenfennig, presidente del Circolo Verdeazzurro Legambiente Trieste. «Non è da trascurare - precisa - anche il probabile inquinamento acustico della Valle dell'Ospo dovuto al tratto di ferrovia in superficie previsto sul lato sloveno». «Purtroppo nella fase della valutazione d'impatto ambientale transfrontaliera – ormai conclusa da diversi anni – le autorità italiane non hanno coinvolto la popolazione interessata, mentre da parte slovena le proposte di tracciati alternativi non sono riuscite ad avere spazio», afferma ancora Wehrenfennig chiedendosi che cosa ci sia da fare ora che i lavori di costruzione della nuova ferrovia stanno per iniziare.

«Ci sembra insensato richiamarsi a una Via trasfrontaliera già conclusa», constata, ma Legambiente propone alle autorità italiane (Governo, Regione e Comune di Dolina) di puntare su una trattativa col governo sloveno, che preveda di affiancare ai tecnici della società statale slovena 2Tdk (che gestisce il progetto) un gruppo interdisciplinare di esperti di parte italiana (geologi, naturalisti, chimici, speleologi) facendo ricorso ad Arpa Fvg, a esperti dell'Anpa e ad esperti indicati dal Comune di Dolina. Questi avrebbero il compito di sorvegliare la progettazione ed esecuzione dei lavori, verificandone allo stesso tempo gli effetti sulle acque in territorio italiano. «Per questo, oltre all'accordo tra i due Stati - conclude il presidente di Legambiente Trieste - serviranno dei fondi da parte del Governo e della Regione».


E sul versante sloveno? Decisamente poco. C’è la proposta presentata nel giugno del 2019 al Consiglio di Stato da parte della Siz, Slovenska inženirska zveza (Lega degli ingegneri della Slovenia) in cui gli estensori, il professor Jože Duhovnik, e il professor Janvit Golob, presentano un tracciato molto più a est verso l’interno dell’Istria che avrebbe permesso anche una maggiore interconnessione con la parte croata della Penisola. In precedenza, nell’aprile 2018, un dossier contiene un appello di tre associazioni di ingegneri sloveni (Siz, Inženirska akademija Slovenije e Inženirska zbornica Slovenije) che prendono posizione per un ripensamento del progetto ufficiale. Il tracciato più interno proposto nel 2019 ha avuto eco sui media sloveni ma il governo non ha cambiato di una virgola il proprio progetto anche perché dei collegamenti con l’Istria croata a Lubiana non interessa un granchè. —



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