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La luce di Elettra svela la ricetta di un inchiostro dell’antica Roma

Chiaramaria Stani

Grazie alle radiazioni del Sincrotrone, la scoperta di un team di ricercatori interdisciplinare guidato da Chiaramaria Stani

TRIESTE Dopo aver svelato i segreti della verniciatura degli Stradivari, la luce del sincrotrone Elettra ci rivela un’altra ricetta, quella di un inchiostro dell’antica Roma, custodito all’interno di un calamaio di bronzo rinvenuto in una sepoltura del I secolo d. C. Con l’utilizzo di molteplici tecniche avanzate basate sulle radiazioni di sincrotrone e su altre tipologie di analisi chimico-fisiche, un team multidisciplinare di scienziati è riuscito a confermare la composizione originale di un inchiostro ritrovato dentro un calamaio parte di un antichissimo corredo funebre, che risale all’epoca romana imperiale.



Lo studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports – edita da Nature, ha come autrice corrispondente l’archeometrista Chiaramaria Stani, collaboratrice del Consorzio centro-europeo di infrastrutture di ricerca (Ceric), che ha partecipato al progetto svolto presso Elettra sincrotrone Trieste. «Sono almeno tre le novità di questo studio. La prima è che abbiamo potuto analizzare un calamaio contenente polvere d’inchiostro, cosa piuttosto rara a livello internazionale, perché solitamente questi studi vengono effettuati su inchiostro già steso su una superficie, come un papiro o una pergamena, con maggiori rischi di ottenere analisi meno accurate – racconta la ricercatrice –. La seconda è che abbiamo usato moltissime tecniche di analisi differenti, impiegando luce di sincrotrone e tecniche chimiche di laboratorio in collaborazione con l’Università di Trieste. La terza è che abbiamo potuto analizzare anche la lega metallica del calamaio, che ci ha consentito di depurare le nostre analisi sull’inchiostro da eventuali contaminazioni».

Per Lara Gigli, che ha eseguito le analisi di diffrazione ai raggi X presso Elettra, «le analisi spettroscopiche mediante luce infrarossa, ultravioletta e raggi X hanno permesso di caratterizzare gli ingredienti principali dell’inchiostro: carbone e gomma arabica. Allo stesso modo abbiamo potuto escludere le contaminazioni derivanti dall’ambiente di seppellimento o formatesi a seguito del degrado del calamaio». Il calamaio in questione è stato scoperto nel 1878 in una tomba a Este, in provincia di Padova, ed è custodito insieme agli altri reperti della necropoli nel Museo Nazionale Atestino di Este.

«La sua presenza all’interno della sepoltura ci permette di dedurre che la tomba appartenesse a un personaggio dotato di un alto livello culturale», spiega la direttrice del Museo Federica Gonzato. Oltre al calamaio, nel corredo funebre di questo acculturato defunto ci sono anche una lampada a olio, alcuni gioielli e due unguentari: forse il personaggio in questione era una donna?

Fino al quarto secolo dopo Cristo, evidenzia Stani, la formula standard per l’inchiostro era proprio quella rintracciata in questo caso: a base di carbone, per conferire il colore nero, e di gomma arabica, per tenere unite le nanoparticelle di carbone e agevolare la stesura dell’inchiostro su supporto. «Già nell’antico Egitto, ci dicono gli studi, si usava questa ricetta, ma addizionata con metalli pesanti per intensificare il colore o aiutarne l’asciugatura – spiega Stani –. Anche nelle nostre analisi avevamo trovato importanti quantità di metalli pesanti, che ci avevano fatto pensare a un inchiostro misto come quello egiziano. Ma confrontando i nostri risultati con gli esami realizzati sul calamaio che lo conteneva ci siamo resi conto che il metallo ritrovato era una contaminazione derivante dal recipiente in cui la polvere d’inchiostro era stata conservata per due millenni». Studi come questo, conclude l’archeometrista, dimostrano come un approccio multidisciplinare e l’utilizzo di tecniche avanzate siano fondamentali per lo studio approfondito di antichi manufatti e per poter aggiungere nuovi tasselli alla conoscenza del nostro passato. —


 

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