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Don Vatta sulla tragedia di via Giulia: «Il dramma del ritrovarsi soli»

Riccardo Visintin e a destra, la polizia sul luogo del ritrovamento

Il fondatore della Comunità di San Martino al Campo, a Trieste è da cinquant’anni in prima linea nella lotta alla marginalità sociale: «Padre e figlio morti insieme vittime della mancanza di relazioni. Sempre più giovani oggi ne soffrono»

TRIESTE «Solitudine, mancanza di relazioni». Don Mario Vatta, fondatore della Comunità di San Martino al Campo, a Trieste è da cinquant’anni in prima linea nella lotta alla marginalità sociale. Il sacerdote guarda con dolore al dramma di Sergio e Riccardo Visintin, il padre di 82 anni e il figlio di 51 trovati morti venerdì nel loro appartamento di via Giulia. Erano deceduti da settimane, senza che nessuno se ne fosse accorto. L’alloggio, come confermato dalla Polizia, era in condizioni di totale abbandono e sporcizia.



Don Vatta, che idea si è fatto di quanto accaduto?

«Un fatto del genere è certamente preceduto da una storia di sofferenza e mancanza di relazioni: persone che si sono ritirate dalla vita normale. La solitudine è una realtà gravemente presente a Trieste. Riguarda gli anziani, ma soprattutto, in questo periodo, anche i più giovani».

Il figlio, Riccardo, era un uomo intellettualmente brillante e colto, come confermato da chi lo conosceva. Saltuariamente collaborava anche con associazioni culturali.

«Infatti, quindi almeno in questo campo di sicuro aveva delle relazioni. Ci si chiede quindi com’è possibile che le persone che avevano a che fare con lui, seppur per periodi forse circoscritti a collaborazioni lavorative, non si fossero rese conto di come stavano lui e il padre. Ma abitare nella spazzatura e dormire per terra è qualcosa che non si vuol far vedere, si nasconde. Due letti si possono trovare abbastanza facilmente rivolgendosi alla Caritas o a una delle associazioni che si occupano dei più bisognosi. Ma chiedere significa rivelare uno stato di indigenza. E la dignità va difesa. Quindi queste persone hanno fatto di tutto per difendere la propria dignità, non hanno chiesto aiuto per non mostrarsi nella loro condizione. Ma in questa difesa pian piano sono scesi verso il basso, sia da un punto di vista materiale che esistenziale, ritirandosi dalle relazioni. Dalla mia esperienza posso dire che quando inizia un processo di degrado, che si può manifestare sotto diverse sfaccettature, ciò che salta è proprio la rete di relazioni. E il dolore, la sofferenza e la marginalità giorno dopo giorno prendono possesso dell’esistenza».



Nella sua esperienza nel disagio lei ha visto e raccontato innumerevoli vicende di abbandono.

E continuo a vederle, soprattutto in questo periodo. Ma vorrei ricordare un episodio del passato, che risale ancora a quando c’erano i telefoni fissi: avevo chiamato a casa di un amico, un certo Marcello. Ma avevo sbagliato numero e dall’altra parte della cornetta mi aveva risposto un anziano. Quando mi sono scusato e l’ho salutato per riattaccare la telefonata, quella persona mi aveva invece pregato di restare un po’ a parlare con lui. Erano due mesi che non sentiva nessuno. Mi aveva raccontato della sua vita, una vita semplice assieme alla moglie. Ma dopo la sua morte era rimasto solo chiudendosi in se stesso. Ci sono decine e decine di situazioni così a Trieste, dovute al crollo psichico, alle dipendenze, alla povertà, alla solitudine».

Fino a dove e a che punto riescono ad arrivare i servizi sociali e sanitari?

«Il servizio pubblico, nella maggior parte dei casi presente in modo lodevole, tante volte nemmeno è a conoscenza di certe situazioni. Perché non viene allertato. A Trieste però ci sono anche molte storie di solidarietà riuscite. Esistenze di povertà e disagio che si supportano tra loro. Va anche sottolineato che nella nostra città ormai da tempo si è formata una solida rete tra enti pubblici, Terzo settore, Caritas e parrocchie».

Da sacerdote quale preghiera si sente di rivolgere per queste due persone?

«Non c’è quasi bisogno di pregare, Gesù li ha già accolti. La preghiera può aiutare piuttosto noi a cercare di capire ciò che ci appare ancora incomprensibile».—


 

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