A Gorizia c'è il Paese dei Balocchi: ma sono tutti falsi e la Guardia di Finanza li manda in discarica

Alcuni degli oggetti sequestrati dalle Fiamme Gialle. Foto Bumbaca

Da circa cinque anni la Camera di Commercio di Gorizia, prima, e della Venezia Giulia, poi, ospita al quartiere fieristico gli oggetti sequestrati nel corso delle operazioni della Guardia di Finanza. All'interno si può trovare davvero di tutto

GORIZIA Dalla semplice penna a sfera allo scooter elettrico, passando per i prodotti tecnologici, i cosmetici, i giocattoli e quant’altro si può immaginare. C’è davvero di tutto all’interno del padiglione D della Fiera di Gorizia, tanto che qualcuno potrebbe pensare di essere finito nel Paese dei Balocchi. Basta esprimere un desiderio. Lampade alimentate a pannelli solari?

Gorizia, viaggio nel Paese dei Balocchi più falsi che mai

Ci sono. Phone o piastre per capelli? Pure. Autoradio? Idem. Accendini? A centinaia e di tutte le fogge e colori e così anche gli orologi: da uomo, da donna, da bambino, sia eleganti sia kitsch, magari con lo stemma della propria squadra del cuore. E non mancano nemmeno le onnipresenti luci intermittenti in stile “albero di Natale” o le lanterne cinesi, ma ci sono pure gli hoverboard, i coltelli da cucina e i lampadari a led, i trucchi per il viso e le borse per la spesa, per arrivare alle semplici batterie elettriche di ogni forma e voltaggio. I “balocchi” che si trovano in via della Barca, però, sono illegali e il destino è unico per tutti: lo smaltimento in una discarica, non certo il loro utilizzo.



Da circa cinque anni la Camera di Commercio di Gorizia, prima, e della Venezia Giulia, poi, ospita al quartiere fieristico gli oggetti sequestrati nel corso delle operazioni della Guardia di Finanza. Il padiglione D è il più periferico ma è anche quello con la superficie maggiore e, poco alla volta, si è riempito di ogni cosa. Lungo il perimetro del capannone ci sono una ventina di “isole” delimitate, ciascuna, dal nastro bianco e rosso d’ordinanza. Ogni “isola” corrisponde al contenuto di un container e conta circa 75 bancali, per una media di 10 colli per bancale. Facendo un conto “a spanne” si tratta di 15 mila scatoloni pieni di merce che non può essere commercializzata perché priva di certificazioni di conformità.

Una volta terminati i procedimenti giudiziari tutto dovrà essere eliminato e qui si apre una nuova partita, perché gli oggetti che si trovano nel capannone, oltre a rappresentare un pericolo per la salute e l’incolumità delle persone che li avrebbero dovuti utilizzare, sono anche composti da materiali molto differenti tra loro, il più delle volte inquinanti. Dopo aver tolto dal mercato la merce non conforme alle norme di sicurezza, la Guardia di Finanza si preoccupa quindi di tutelare anche l’ambiente e come una qualsiasi famiglia è chiamata ad effettuare la raccolta differenziata. Per prima cosa un operatore separa gli imballaggi dalla merce, gettando la plastica in un cassonetto e la carta in un altro; poi, a seconda di quello che si trova davanti, procederà a conferire l’oggetto sequestrato nel luogo giusto. I materiali elettrici ed elettronici sono quelli più problematici. Sono rifiuti speciali, rientrano sotto la denominazione di Raee, e vanno conferiti in un centro specializzato con cui è stato avviato un accordo. Tutta questa attività ha un costo sia in termini di tempo, sia in termini economici.

«L’importazione di queste merci che, oltre a non avere i marchi di conformità, sono oggettivamente scadenti, ha un doppio costo per la nostra collettività - conferma il colonnello Antonino Magro, comandante provinciale della Guardia di Finanza di Gorizia -. Le plastiche sono estremamente delicate e spesso si rompono subito, così, chi le ha comprate deve buttarle via e questo smaltimento rimane a carico dell’ambiente. Per quanto riguarda noi, il problema è che lo smaltimento di queste merci richiede in gran parte l’intervento di ditte specializzate e queste, giustamente, poi devono essere pagate per il loro lavoro».

Tra i tanti oggetti sequestrati, ce ne sono anche alcuni di cui non si comprende immediatamente l’utilizzo. Quello che sorprende di più è però uno scooter elettrico che, una volta completato il procedimento in cui è coinvolto, dovrà essere portato da uno sfasciacarrozze per essere compattato. All’interno della cassa in cui è contenuto si trova anche un casco di plastica con la scritta Honda. L’elmetto blu è palesemente un falso. E, ovviamente, insieme ai materiali scadenti, qua e là saltano fuori anche prodotti contraffatti con il marchio Made in Italy o con l’indicazione della produzione in località più o meno importanti (come i coltelli in ceramica di Zurigo).

Dove i nomi non corrispondono ai marchi più noti, a renderli in qualche modo riconoscibili è la grafica delle scatole. È il caso del packaging di una coppia di casse acustiche: i caratteri della scritta rimandano a quelli di una nota multinazionale giapponese e altrettanto fa la sigla del modello. «Sfruttano il sounding, l’assonanza, con gli originali, ma non hanno niente a che vedere con l’originale», ribadisce il comandante Magro. Per capire quanto la merce sia di così scarso valore e inquinante, basta osservare le batterie: alcune perdono già gli acidi. E sono ancora nel loro imballaggio. —

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