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Cresce l’allarme povertà, richieste alla Caritas raddoppiate in un anno

In affanno migliaia di persone che pur avendo un lavoro non arrivano a fine mese I cittadini seguiti dalla Croce rossa sono passati da 14.400 a 20.500 in un anno

TRIESTE. Lo spettro della povertà si allunga sulla Venezia Giulia. A un anno di distanza dal primo lockdown sono raddoppiate rispetto all’epoca pre-Covid le persone che hanno bussato alle porte della Caritas di Trieste, mentre a Gorizia le richieste sono aumentate fino al 60%. Dati che addirittura superano quelli emersi a livello nazionale dagli Osservatori delle Caritas diocesane (+50% di domande di aiuto e +40% di pasti serviti nelle mense francescane d’Italia).

Nella nostra regione il quadro, drammatico, è confermato da amministrazioni comunali, Terzo settore e in parte dal mercato del lavoro: la crisi non è tanto occupazionale quanto di chi, pur lavorando, oggi a stento ce la fa. Gli sportelli sociali della Croce Rossa Fvg, ad esempio, nel 2020 hanno garantito assistenza ripetuta a 20.429 cittadini su tutto il territorio regionale, a fronte dei 14.408 del 2019. A Trieste, il Fondo istituito a maggio 2020 in memoria di monsignor Ravignani aveva un tesoretto base di 100 mila euro: «Più di 97 mila sono già andati in bollette Ater, acqua, luce e gas di famiglie bisognose - spiega il direttore Caritas Trieste, don Alessandro Amodeo -. Un nucleo medio oggi non arriva più a fine mese. Cooperative, imprese di pulizie, ristoratori, camerieri, lavapiatti: non ci sono solo i licenziati ma anche chi guadagna meno di prima. La paga è insufficiente ma non può mollare il posto».



Sono poi venuti meno i redditi sommersi, come «le signore che sopravvivevano andando a stirare nelle case – prosegue don Amodeo –. Ora sono senza diritti, ristori, cassa integrazione. Il re è nudo. Solo il nostro vescovo ha avuto il coraggio di dirlo. La mensa confeziona circa 1.000 pasti al giorno (di cui una parte va ai migranti inseriti nei circuiti d’accoglienza). Il nostro emporio solidale si basa su donazioni, programmi di recupero alimentare e somme integrative Caritas: una signora ci ha scritto come poter aiutare, perché non aveva mai visto prima file così lunghe fuori dalla porta. Nell’aria c’è una tensione inaudita, una spirale pericolosa, e il vero disastro è psicologico».

Sempre a Trieste il Centro per la solidarietà della Comunità di Sant’Egidio, che distribuisce beni di prima necessità, ha 1.673 nuclei familiari iscritti. Di questi, 180 sono nuovi, arrivati tra marzo 2020 e marzo 2021. E in città sono presenti anche altre realtà caritatevoli. Ci sono poi gli enti locali. Il Comune di Trieste nel 2020 aveva erogato buoni spesa per 4 milioni di euro, derivati da trasferimenti statali e Allianz, a fronte di oltre 3.800 domande. Un altro milione è stato stanziato per il 2021: all’assessorato al Welfare presieduto da Carlo Grilli sono già pervenute 4.000 richieste, di cui 1.200 sono famiglie nuove ai servizi. Il Comune di Gorizia, nel secondo semestre 2020, ha distribuito 50 mila euro di buoni spesa per circa 1.000 famiglie.

Altri 183 mila euro, da trasferimenti statali, hanno raggiunto 173 mila persone in 15 comuni dell’Alto Isontino (di cui il 50% a Gorizia): altrettanti trasferimenti sono previsti per il 2021. La spesa sociale netta del Comune di Monfalcone è salita dai 16 milioni 730 mila euro del 2017 ai 22 milioni 414 mila euro del 2020: di questi, 361.000 sono buoni spesa (1.631 beneficiari), 440.000 fondi per abbattimento Tari e Tosap del piccolo commercio, 148.000 per il progetto “dignità e lavoro”. Per il 2021 sono a bilancio 23 milioni 585 mila, di cui 200.000 euro in buoni spesa già in fase di erogazione.

Carlos Corvino, responsabile dell’Osservatorio regionale mercato del lavoro, spiega: «L’analisi del mercato 2020, rispetto al 2019, mostra che siamo tra le regioni meno colpite dal punto di vista occupazionale. C’è tuttavia differenza tra più e meno protetti dalle misure straordinarie. Sono diminuiti soprattutto lavoro autonomo e indipendente (-4,4%), a tempo determinato (-8%) e nei servizi: colpiti in particolare il terziario tradizionale (-2%) e la fascia d’età dei 35-44enni, tra cui molte donne (-5,4%). La povertà non si fonda più solo su differenze di classe sociale, ma anche di genere e generazionali».

L’esito di un cambiamento epocale nell’economia, che a partire «dalla fine degli anni ’90 ha portato tra le altre cose a forme di lavoro atipiche, creando nuovi profili di vulnerabilità sociale. Oggi assistiamo al fenomeno dei “working poors”: persone, anche ben istruite, “intrappolate” da contratti precari, frammentari o poco remunerativi, che non garantiscono la capacità di far fronte a spese impreviste». 
 

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