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Lo scienziato triestino Mauro Giacca spiega come si è arrivati alla scoperta del farmaco anti Covid

Accanto alla sua principale “missione” sulla riparazione genetica degli organi (il cuore in primis), dirige anche i laboratori dell King’s College che hanno dichiarato guerra al Covid

Il ricercatore triestino Mauro Giacca si gode questo successo di squadra ma con la misura e l’equilibrio che lo contraddistingue. Da mesi sta svolgendo un doppio lavoro. Accanto alla sua principale “missione” sulla riparazione genetica degli organi (il cuore in primis), dirige anche i laboratori dell King’s College che hanno dichiarato guerra al Covid. Deve farsi in due. «In questo periodo sono impegnato su due fronti, sono tutti e due molto importanti».

Lo scienziato triestino Mauro Giacca spiega il farmaco in grado di combattere il Covid


Come siete arrivati alla scoperta di questo farmaco?

La nostra storia è cominciata in pieno lockdown lo scorso anno. Appena resa pubblica la sequenza del nuovo coronavirus di Wuhan, con l’ingegneria genetica abbiamo fatto produrre alle cellule in laboratorio la proteina Spike del virus. Il risultato ci ha sorpreso: nell’arco di una notte la presenza di Spike faceva sì che le cellule si fondessero le une con le altre. E, ancora più sorprendente, queste cellule fuse, che in biologia si chiamano sincizi, erano del tutto simili anche a quelli che vedevamo nei polmoni dei pazienti morti con Covid-19 all’Ospedale di Cattinara a Trieste e analizzati da Rossana Bussani in Anatomia Paologica. E’ per questo che abbiamo iniziato a pensare che bloccare la capacità di Spike di fondere le cellule potesse essere una maniera per contrastare il danno che il virus causa ai polmoni.



Ma come fa una proteina come Spike a causare questa fusione delle cellule?

All’inizio non lo capivamo neanche noi. Ma abbiamo cercato di trarre vantaggio dal fatto che abbiamo a disposizione oltre 3000 farmaci già approvati per la terapia per altre indicazioni e tutta la strumentazione robotizzata per testarli uno a uno in maniera automatizzata. Ci siamo subito messi a cercare farmaci che fossero in grado di bloccare la fusione delle cellule indotte da Spike. Ne abbiamo trovato 83 che erano in grado di farlo. Poi da lì è stato tutto un crescendo. Grazie alla collaborazione con due laboratori di virologia a Londra ci siamo concentrati su quei farmaci che oltre a proteggere le cellule dalla fusione anche inibiscono la replicazione del virus. Un altro laboratorio ha studiato le proprietà elettriche dei farmaci sulle cellule. Abbiamo ridotto il numero di farmaci prima a 43, poi a 5, poi a 3. Ed è proprio grazie al meccanismo di azione di questi farmaci che alla fine abbiamo capito come fa Spike a innescare la fusione cellulare.

E come fa allora?

Abbiamo scoperto che Spike attiva un meccanismo che è presente normalmente nelle cellule, legato a una famiglia di proteine chiamata TMEM16. Queste proteine sono indispensabili per tutti gli eventi biologici in cui la fusione delle cellule avviene normalmente, dalla formazione della placenta all’ipertrofia dei muscoli quando ci alleniamo. Il virus sfrutta queste proteine per replicarsi meglio, ma facendo cosi’ le attiva di continuo e in maniera patologica. Noi sospettiamo che le cellule fuse che portano Spike sulla propria superficie contribuiscano a danneggiare i polmoni. E dato TMEM16 aumenta anche l’attivazione delle piastrine e quindi la coagulazione del sangue, abbiamo un buon motivo per sospettare che anche la trombosi nei pazienti con Covid19 possa essere legata allo stesso meccanismo.

E quindi abbiamo ora uno o più farmaci in grado di bloccare questo processo.

In realtà per ora abbiamo un meccanismo e uno o più molecole un grado di bloccare questo meccanismo. Per sapere se queste molecole possano diventare reali farmaci efficaci contro Covid-19 dobbiamo aspettare di vedere come andranno le sperimentazioni cliniche. Uno in particolare dei farmaci che abbiamo trovato, la Niclosamide, è molto potente nei nostri esperimenti in laboratorio. E’ un farmaco sintetico sviluppato più di 50 anni contro le lumache. Poi dagli anni ’80 viene usato nei pazienti con la tenia intestinale, per eliminare il verme. L’esperienza clinica accumulata in tutti questi anni indica che è un farmaco sicuro, ma, lo ripeto, non possiamo sapere cosa possa succedere nei pazienti con Covid-19 senza prima aspettare il risultato delle sperimentazioni cliniche. Una di queste è già in corso in India su 120 pazienti ospedalizzati con Covid-19. Aspettiamo i risultati.

E allora come si pone un farmaco contro la fusione quando comparato con il remdesivir or il cortisone?

Fanno cose diverse. All’inizio dell’epidemia si pensava di trovare farmaci in grado di bloccare direttamente la replicazione del virus. E’ stato un fallimento generale, forse nemmeno il remdesivir si salva; un po’ meglio ora vanno alcuni anticorpi monoclonali contro Spike, ma con la grande incognita in questo senso delle varianti, a differenza dei vaccini. Poi il bersaglio dei farmaci è stata la risposta infiammatoria e immunitaria dei pazienti. Così è nato il cortisone, gli antiinfiammatori da prendere nelle prime fasi della malattia, altri anticorpi monoclonali contro fattori prodotti dai globuli bianchi. Alla fine dei conti, il nostro armamentario terapeutico è ancora modesto. Questo nostro studio ha il merito di spostare l’attenzione su una nuova categoria di farmaci, quelli in grado di bloccare il danno che le cellule infettate causano nei pazienti.
 

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