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Trieste, morto nello scoppio a San Giacomo. Lo sfogo della madre: «Luca non è mai stato curato davvero»

Vigili del fuoco e polizia scientifica al lavoro. Analisi per capire quali sostanze stesse maneggiando la vittima, Luca Lardieri di 36 anni, prima dell’esplosione.

TRIESTE La Procura di Trieste indaga sulla morte del trentaseienne triestino Luca Lardieri, deceduto domenica, a Pasqua, in seguito all’esplosione del suo appartamento all’ultimo piano di via del Ponzanino 3, nel rione di San Giacomo.

Il fascicolo è affidato al pm Massimo De Bortoli. Il corpo, conferma il procuratore Antonio De Nicolo, nei prossimi giorni sarà sottoposto ad autopsia.


La causa dello scoppio al momento è completamente ignota. Ma come già emerso nelle ore successive alla tragedia, gli investigatori escludono categoricamente che possa essersi trattato di una fuga di gas. Più probabile un innesco dovuto a sostanze chimiche. Ma quali? Lardieri stava maneggiando prodotti pericolosi? E perché?



I vigili del fuoco porteranno ad analizzare i campioni dei materiali rinvenuti nell’abitazione. I reperti sono già stati raccolti. Ma del caso si sta occupando anche la Polizia: la Scientifica sta tentando di rintracciare nell’abitazione qualsiasi elemento utile a ricostruire l’episodio.

La Squadra mobile sta invece risalendo ai contatti del trentaseienne. Chiunque, insomma, che possa dire qualcosa di utile sul conto della vittima. Una persona con un passato e un presente molto problematico, segnato dal consumo di sostanze stupefacenti. E, soprattutto, dal disagio psichico. La madre di Luca, Gabriella Leone, ritiene che il figlio non sia stato adeguatamente preso in carico dai servizi di salute mentale. «Abbandonato a se stesso», accusa. Uno stato di grave marginalità e abbandono che anche la Polizia in queste ore ha riscontrato.



L’alloggio in cui abitava Luca Lardieri è scoppiato circa all’una del pomeriggio. L’appartamento si è incendiato. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, la polizia, il 118 e nelle ore successive il medico legale Fulvio Costantinides. Il giovane è stato trovato sul suo letto; era disteso, con il corpo parzialmente ustionato. Sarà l’autopsia a stabilire cosa ha davvero ucciso il trentaseienne. Se sono stati i traumi dello scoppio, il fumo inalato oppure altre sostanze.

Quelle che, stando alle ipotesi, la vittima potrebbe aver maneggiato poco prima di morire saturando gli ambienti. L’esplosione ha danneggiato altri due appartamenti vicini, ora inagibili, e ferito una donna. I residenti del palazzo sono corsi in strada, così come le persone che abitano negli edifici attorno. Il colpo è stato avvertito per buona parte della via, nel cuore di San Giacomo. «Sembrava un terremoto», ha raccontato una testimone.

Non sarà semplice per gli investigatori scoprire cosa è davvero accaduto in quella casa: l’incendio ha devastato gran parte delle stanze; le operazioni di spegnimento delle fiamme, necessarie a fermare subito il rogo, hanno fatto il resto. Dinnanzi a una distruzione di tal portata, diventa estremamente complesso – se non addirittura impossibile – ricostruire la dinamica dell’incidente.

Per questo motivo i pompieri hanno raccolto sul posto alcuni campioni di materiali e di tessuti da portare ad analizzare in laboratorio. L’intenzione è rintracciare con la maggior precisione possibile le sostanze che possono aver fatto da combustione. Ma in questo momento non si sa nemmeno da qualche stanza è partito lo scoppio. L’alloggio è stato sequestrato.

Cosa stava facendo in casa il trentaseienne? Quali prodotti pericolosi custodiva? E perché? È entrata in campo Scientifica e pure la Mobile. Gli agenti intendono anche risalire al giro di amicizie e frequentazioni della vittima. Un giro, come ormai chiaro, di persone con problemi di tossicodipendenza. «Quel ragazzo aveva brutte amicizie – dice un conoscente che chiede l’anonimato – a casa sua veniva gente strana. Talvolta era un via vai». Un lavoro tutt’altro che immediato per gli agenti della Mobile: la vittima non disponeva nemmeno di un cellulare. Quel che è certo è che Lardieri – che da quanto risulta era seguito da un amministratore di sostegno – viveva in una condizione di grave marginalità sociale. «Abbandonato a sé», conferma la Polizia. In passato il giovane aveva tentato il suicidio.

La mamma di Luca, Gabriella Leone, come si può immaginare è sotto choc. È sconvolta dal dolore e dalla disperazione per la perdita del figlio. Ma ha anche tanta rabbia.

«Luca – racconta la signora, che risiede a Ferrara – era in carico ai servizi di salute mentale da anni. Ma non lo hanno mai davvero aiutato. «Mio figlio era abbandonato – afferma ancora la madre – nonostante questa situazione nessuno lo ha mai curato. Io ho più volte protestato perché i servizi se ne facessero carico», aggiunge. «Era ammalato e bisognoso di farmaci. Ho detto chiaramente che rischiava di farsi del male, che era in pericolo, che prima o poi sarebbe successo qualcosa di grave. E così è stato».


 

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