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Serracchiani eletta capogruppo del Pd alla Camera: «Passo avanti per le donne e per i dem»

L’ex presidente del Friuli Venezia Giulia ottiene 66 voti. Madia si ferma a 24.

ROMA Ha ragione a dire Enrico Letta a dire che solo «dieci giorni fa sembrava impossibile questo risultato», perché nessuno avrebbe scommesso che davvero sarebbe riuscito in un’impresa assai ardua in partenza: convincere due uomini saldi al comando a rinunciare a un trono ambito come la presidenza dei gruppi parlamentari e portare senatori e deputati sulla strada indicata, quella di un riallineamento di genere nei posti apicali, «che pone ora il vertice del Pd nei canoni europei».

Nella stessa giornata, il segretario dem avvia il primo confronto da anni a questa parte tra due leader di maggioranza e opposizione. Incontrando al gruppo Fdl alla Camera Giorgia Meloni, alla quale offre una sponda sulla presidenza del Copasir, che spetta all’opposizione e che ora è in mano a Salvini. E incassando un via libera a riforme di sistema per evitare i cambi di casacca. Ma non ad una legge elettorale maggioritaria, che la leader di Fdi non considera una priorità.


Il maschilismo nel Pd

Ma è il risultato del cambio di capigruppo il più significativo politicamente. Alla fine pure lo scoglio della Camera è superato e Letta incassa l’elezione delle due capigruppo donne: dopo Simona Malpezzi al Senato, Debora Serracchiani vince di larga misura la competizione con Marianna Madia, 66 a 24 voti, e diventa presidente dei deputati dem. «Un grande passo avanti per il Pd», esulta.

Sollevando subito le sue bandiere, «dobbiamo evitare la compressione dei nostri spazi dovuta a maxiemendamenti, l’eccesso di voti di fiducia e lo sbocco in un monocameralismo di fatto». E concedendo l’onore delle armi alla ex ministra sconfitta, che non lesina una stoccata quando le chiedono se abbiano vinto le correnti. «Le correnti non si superano da un giorno all’altro e non perché lo dice il segretario». Insomma, dente avvelenato. «Sono legittime - dice Letta - le differenze di pensiero, ma è sbagliato che l’organizzazione delle correnti si sclerotizzi e occupi tutti gli spazi del partito». «Letta deve costruire un partito dove le correnti stiano al loro posto, animino il dibattito politico senza occuparsi di spazi di potere», dice Andrea Orlando, leader di Dems, l’area di sinistra del Pd. Comunque sia, dopo un voto pro-Serracchiani, frutto anche di accordi tra le correnti di Franceschini, Delrio, Guerini e Lotti, tanti auguri da tutti i deputati: anche se Letta racconta che sono stati i maschi sopra i 50 anni a resistere al cambiamento. Come a dire, non mollano la posizione conquistata. «Questo è un partito incrostato di maschilismo, serve una cura shock e io ho fatto il rompighiaccio».

Impedire i cambi di casacca

Ma è sul fronte esterno che Letta ora si sta concentrando, per conquistare il centro della scena e imporre l’agenda: «Bisogna approvare subito la sfiducia costruttiva e la riforma per il voto per il Senato ai diciottenni, regole certe contro i cambi di casacca», dice sapendo di poter contare sulla sponda della leader di Fratelli d’Italia su queste riforme che si possono fare.

Mentre la Meloni alza un muro sulla legge elettorale: anche se vorrebbe anche lei un sistema maggioritario, non ne vuole parlare. Incontrando la Meloni, il segretario dem ha dato seguito all’impegno preso al suo insediamento quando annunciò che avrebbe visto tutti. Compreso Salvini, con il quale però non è in agenda un incontro, al pari di Matteo Renzi. I più difficili li lascia alla fine. —


 

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