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L’ultimo “frenador” del tram di Opicina: «Il mio povero tranvai ancora fermo, mi portava a scuola»

Primo da sinistra Bruno Pieri davanti al tram di Opicina

Bruno Pieri lo ha condotto per 25 anni e sperava di farci ancora un giro prima di andare in pensione. «È vero, è proprio “disgrazià”»

TRIESTE Sembra un personaggio scappato via da una canzone popolare dove era imprigionato per anni. In quel motivetto, che almeno una volta nella vita tutti i triestini hanno cantato a qualche festa o in osteria, Bruno Pieri, grande tifoso della Triestina, 63 anni, da quasi due in pensione, non aveva neanche un ruolo marginale. Anzi. Era “el pover frenador” del tram (o tran) di Opicina, canzone ricavata da una marcia austroungarica dopo il primo incidente del 1902 e riarrangiata dal maestro Zita nel 1911, che ha trovato un magistrale interprete in Lorenzo Pilat. «Bona de Dio che iera giorno de lavor e drento no ghe iera che el povero frenador...». Un ripasso non fa mai male. Prima di godersi la meritata quiescenza, il nostalgico Pieri sperava di poter tornare almeno per una volta a guidare quella vettura blu e bianca che era diventata una seconda casa con le ruote. Una vettura che ha condotto per 25 anni da piazza Oberdan fino al centro di Opicina.

Ma quel tram chiamato desiderio (copyight del drammaturgo americano Tennessee Williams) non è mai ripartito dopo l’incidente avvenuto il 16 agosto 2016 in cui si scontrarono frontalmente due tram con 9 feriti per fortuna lievi. E chissà quando ripartirà. Un incidente che ha alimentato la leggenda del tram “disgrazià” ma più che leggenda è cronaca nuda e cruda. La sua vita è costellata da incidenti (anche mortali), deragliamenti, guasti. Ora battaglie legali, lungaggini burocratiche e problemi tecnici di varia natura lo tengono ancora in coma in deposito. Un tram che è diventato uno dei simboli della triestinità, un totem e una grande attrazione turistica. Binari e traversine sono rimasti a lungo accatastati nel piazzale di Monte Grisa forse in attesa di una benedizione.


Pieri, ma è vero che il tram è nato “disgrazià” come dice la canzone?

Purtroppo sì, sono i fatti a confermarlo visti tutti gli incidenti e gli inconvenienti che ha avuto. Purtroppo se chi lo guida sbaglia qualcosa o se c’è un ostacolo non c’è quasi mai la possibilità di rimediare, niente ti aiuta.

La sminuisce l’etichetta di “frenador” o può andare?

Ma no, ci sta, un tempo era proprio un “frenador”. Rende l’idea.

Dicono i suoi ex colleghi che lei ha avuto un rapporto particolare con il tram, quasi morboso.

Certo, ci ero molto affezionato, speravo di poterlo guidare almeno ancora una volta prima di andare in pensione e invece è ancora fermo.

Com’è finito a guidare il tram?

Io ho sempre vissuto in via degli Olmi, sotto Pis’cianzi, e dai sei anni in poi, quando ho cominciato ad andare a scuola, lo prendevo ogni giorno alla fermata di Banne. Lì è nato il mio affetto per il tram, era entrato nella mia vita.

Insomma un predestinato?

Sono casualità della vita, almeno in parte. Finito il militare per due anni ho lavorato in una ditta di elettromeccanica sulle navi. Quando ha chiuso, ho risposto a un annuncio dell’Act che cercava autisti. Per anni ho guidato bus in centro e anche sull’Altipiano.

Fino a quando il sogno si è avverato...

Sono salito per la prima volta sul tram nel ’91 e dal ’96 sono diventato fisso. Mi era sempre piaciuto ed era anche una questione di comodità visto che io sto quasi sul suo percorso. All’epoca ci volevano quindici anni di anzianità per fare la domanda per diventare manovratore. Ho seguito un corso di due mesi e alla fine ho ottenuto una concessione regionale. Un pezzo di carta, un foglio protocollo per l’abilitazione. Adesso è l’Ustif a rilasciare una vera patente con la quale si può guidare un tram anche in altre parti d’Italia. Noi della vecchia guardia eravamo abilitati a condurre solo il tram di Opicina.

Quanto le manca il tram?

Era una cosa bella e bisogna tenere conto che sono nato sentendolo sferragliare. Sono stati anni bellissimi, a bordo c’era sempre una atmosfera familiare. I passeggeri venivano a salutarmi e ci facevamo quattro chiacchiere. Salivano più o meno sempre le stesse persone, quasi una famiglia. E poi era sempre pieno di turisti. Che ricordi! Un gruppo di tedeschi mi aveva fotografato in occasione di una Barcolana e sono tornati anni dopo a portarmi le foto.

Un mestiere, però, a volte anche pericoloso. Non crede?

A volte può essere pericoloso perché, come dicevo prima, non hai la possibilità di schivarti se uno ti arriva addosso. La frenata è lunga e c’è sempre il rischio di scivolare su foglie umide quando piove. Mai il vero punto debole della tratta sono ovviamente gli incroci.

Tuttavia non ci ha pensato su due volte a mollare i bus per il tram.

È vero, al di là della questione affettiva, ci sono tanti aspetti positivi. Se non ci sono ostacoli o inconvenienti una volta che il tram è stato agganciato a Scorcola si va lisci, è più rilassante del bus. Devi solo stare attento agli incroci. Guidare la corriera in mezzo al traffico è più snervante e ti spacchi la schiena al volante con l’incubo dei pedoni che scendono all’improvviso dal marciapiede.

Il tram anche per lei è stato gioie e dolori. Quanti incidenti ha avuto?

Due grossi e poi solo qualche ammaccatura alle auto. Il primo era un’antivigilia di Natale del 2000, un incidente fotocopia di quello del 2016, più o meno nello stesso punto, sulla curva maledetta di Conconello. Un frontale. Me lo sono trovato davanti e non ho potuto evitarlo. Purtroppo il mio collega si era dimenticato di aspettarmi alla fermata. Carrozze sfasciate e qualche ferito non grave. Ricordo che avevo in tasca il biglietto per Triestina-Padova. Il secondo nel ’93 quando una corriera slovena proveniente da via Fabio Severo mi ha tagliato la strada dopo essere passata con due rossi mentre io scendevo dopo il solito giro di prova mattutino con la vettura vuota ed ero in piazza Dalmazia. Uno schianto spaventoso, ma nessuno si fece male. Il giorno dell’ultimo botto, nel 2016, ero in ferie. Da casa ho sentito il botto.

Proprio come nella canzone, “bona de dio che iera solo el povero frenador” nel caso del suo secondo incidente.

Esattamente e meno male. Se ci fossero stati passeggeri sarebbe finita molto peggio.

E adesso non resta che attendere con pazienza, ormai sono cinque anni, di rivederlo arrampicarsi sul costone carsico. Ma lo faranno ripartire?

Mi auguro di sì, ma è passato così tanto tempo che sono diventato scettico. C’è sempre qualche nuovo problema.

Cosa ne pensa del progetto di allungare la tratta sulle Rive per i turisti?

Difficile portarlo in mezzo al traffico, piuttosto allungherei la corsa fino a borgo Grotta Gigante passando attraverso il bosco. Se vogliamo restare in città, allora si potrebbe portarlo in Porto vecchio. —


 

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