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Caffè più caro? I caffè storici di Trieste frenano sull'aumento del prezzo

Lo staff del caffè degli Specchi

Faggiotto degli Specchi: «Aiuti farseschi». Pizzolini dal Torinese: «L’affitto è il nodo». Prudenza generale sulla proposta Delithanassis: «Sarebbe un rischio»

TRIESTE Sul fatto che i ristori siano insufficienti tutti concordano. La provocatoria soluzione proposta da Alexandros Delithanassis genera tuttavia dibattito tra i locali storici di Trieste. Allo scopo di aumentare l’inflazione a «fin di bene», il titolare del San Marco invita infatti i colleghi a unirsi a lui nell’alzare a 1,50 euro il prezzo della tazzina di caffè: è convinto si tratti di «una legge dell’economia».

La proposta del Caffè San Marco:«Il “capo in b” al banco deve costare 1,50 euro»

Per il titolare dell’Antico Caffè Torinese, Matteo Pizzolini, l’aspetto più grave della situazione è legato al canone d’affitto: «Deve essere pagato ogni mese per intero. È il problema principale, più ancora che i mancati incassi, ai quali in una certa misura corrispondono anche meno spese di fornitori, luci, acqua, gas. Nello specifico dei ristori, l’anno scorso sono arrivati tra novembre e dicembre, portando un aiuto minimo. Stando alle voci che girano sembra che quest’anno saranno davvero molto bassi, tra caduta del governo e successivi rilenti burocratici. E appunto non ci sono aiuti specifici sugli affitti».



Secondo Pizzolini il «discorso di Delithanassis non è sbagliato ma va contestualizzato: il momento storico è eccezionale. Bisogna puntare su vendere un prodotto di qualità al giusto prezzo. Sicuramente una qualsiasi iniziativa sarà da portare avanti tutti assieme. Troppo spesso si guarda al proprio orticello».

Claudio Tombacco con la sua famiglia è alle redini del Caffè Tommaseo, il più antico della città, risalente al 1830: «Abbiamo già ricevuto due o tre ristori, per un totale di 30 mila euro circa. Poco ma aiuta. Vedremo cosa arriverà ora, in funzione del fatturato perso, ma servirà al massimo per la bolletta della luce. Il nostro locale viveva di turisti, convegni, conferenze stampa. A dicembre abbiamo lavorato in tutto dieci giorni, cinque a gennaio, qualcosina a febbraio: è una disperazione. Allo scoppiare della pandemia abbiamo subito chiesto un prestito. Ora l’iniezione si sta esaurendo. Una bomba a orologeria». La soluzione di Delithanassis è percorribile? «Difficile scegliere – prosegue Tombacco –. Senz’altro portare a 1,50 euro ci cambierebbe la vita, talmente poco si incassa. Ma ora come ora si vende solo caffè da asporto e non ci sono turisti: sarebbe un rischio. D’altro canto in passato il prezzo del caffè era sempre legato a quello del giornale. A vendere la tazzina a 1,10 euro ci si fa la guerra tra poveri».

Dal punto di vista di Giuseppe Faggiotto, gestore del Caffè degli Specchi, quella di Delithanassis è «una bella provocazione. Sarebbe giustissimo. Io tuttavia non lo farò. Benché adeguato alle sofferenze, sarebbe il prezzo più alto d’Italia: nella città del caffè, non sarebbe capito. A Trieste il caffè è un’istituzione, come a Napoli. Nel nostro locale il caffè al banco è popolare perché alla portata di tutti: ci teniamo che il luogo resti nell’anima della città. Delithanassis bene ha fatto a portare l’attenzione sul tema: si andrà a limare magari su altri prodotti».

Quanto ai ristori, per Faggiotto sono «farseschi. Paradossalmente privilegiano chi ha tenuto chiuso del tutto, rispetto a chi si è fatto in quattro per inventarsi l’asporto, per smuovere l’economia. I criteri in base ai quali vengono stabilite le fasce percentuali non sono oggettivi. E in ogni caso arriveranno briciole. Molto più apprezzabile l’iniziativa del Comune, che ci ha permesso di ampliare i dehors».

Infine Cinzia Viezzoli, a capo dell’omonima catena oltre che della Pasticceria Pirona: «Non mi sembra un’idea proficua portare a 1,50 euro perché c’è poco lavoro. Non credo che la mossa possa venire incontro al commercio. Il momento è difficile non solo per le imprese ma anche per tanti clienti, tra i quali c’è magari chi ha perso il lavoro. A ciò si aggiunge il pericolo della concorrenza. Mi dispiace ma non aderirò all’iniziativa. Rischia di essere controproducente, la gente uscirebbe ancora meno di adesso. Non si supera la crisi in questo modo. Eppure capisco le difficoltà, che sono le stesse che abbiamo pure noi. Anche noi abbiamo una quarantina di dipendenti e dobbiamo tirare fuori la paga per tutti, sappiamo cosa vuol dire». —


 

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