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Vaccini Covid, mancano vaccini per correre di più. La Ue frena sullo Sputnik: «Non ci servirà»

Draghi

Londra: se Bruxelles blocca l’export ritorsioni sulle materie prime. L’Ema farà ispezioni a Mosca

ROMA I numeri sono impietosi. Appena il dodici per cento di vaccinati nell’Unione a Ventisette, circa la metà degli adulti in Gran Bretagna. L’uscita dal tunnel del Covid ormai dipende da un solo fattore: la consegna regolare delle forniture da parte delle aziende farmaceutiche. Mario Draghi ha dato mandato di insistere su questo punto in ogni sede possibile. È accaduto anche durante le riunioni preparatorie di questa settimana del summit dei leader dei Ventisette, da cui l’Italia chiede esca un messaggio forte di unità e determinazione. Per questo il premier vuole se ne faccia chiara menzione nel comunicato finale. La riunione, inizialmente convocata giovedì e venerdì a Bruxelles per discutere della clamorosa débacle europea, sarà solo a distanza per via dei contagi crescenti in molti Paesi.

Che l’Unione non parli con una voce sola è ormai un fatto fin troppo evidente. Prima il pasticcio su AstraZeneca, e la decisione tedesca – alla quale si sono dovuti allineare gran parte dei partner – a sospendere in via cautelare il farmaco. Poi l’apertura di Angela Merkel e di Draghi al fai da te sul vaccino russo Sputnik, laddove si rendesse necessario e la Commissione europea non lo ordinasse. Ieri sera il commissario europeo ai vaccini Thierry Breton ha detto che l’Unione «non avrà bisogno del siero russo», semmai «loro hanno difficoltà a produrlo e li aiuteremo a farlo». Nelle stesse ore, il responsabile vaccini dell’Ema di Amsterdam, Fabio Cavaleri ha annunciato ispezioni in Russia ad aprile proprio per valutarne l’approvazione. Breton dice che «dobbiamo dare priorità ai vaccini europei». Non è chiaro se Breton parlasse di vaccini europei o prodotti in Europa, perché al momento di sieri sviluppati compiutamente contro il Covid nel Continente approvati dall’Ema non ne esiste nemmeno uno.


A oggi l’unica arma a disposizione dell’Unione sono i contratti di acquisto sottoscritti – e mal rispettati – e la minaccia del blocco alle esportazioni. Secondo quanto emerge dalle carte discusse dagli sherpa sono state autorizzate dall’Unione 249 domande di export, e solo una è stata negata, dall’Italia. È l’ormai famosa partita di vaccini Astra Zeneca prodotta ad Anagni e destinata al mercato australiano. Ma nemmeno la minaccia al blocco delle esportazioni è efficace nel lungo periodo. Il rischio di ritorsioni è alto, e lo dimostra quel che sta accadendo in queste ore fra Londra e Bruxelles. «Prima di spedire dosi in altri Paesi rispettate i contratti sottoscritti. Abbiamo l’opzione di bloccare le esportazioni», ha detto con molta chiarezza ieri ad un giornale tedesco la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Senza scampo la risposta della Gran Bretagna: se l’Unione blocca l’export dei nostri vaccini, allora potremmo a nostra volta bloccare la materia prima prodotta Oltremanica per il vaccino Pfizer realizzato in Europa e cruciale per le campagne. Dice il ministro della Difesa Ben Wallace: «Produrre un vaccino è come cucinare una torta, c’è bisogno di molti ingredienti. La Commissione sa che non è possibile tagliare il naso per far dispetto alla faccia».

Se sarà un problema di faccia si vedrà, nel frattempo si può dire senza rischio di smentita che a Bruxelles c’è chi pecca di ottimismo. Nonostante un numero di vaccinati di gran lunga inferiore alla Gran Bretagna, nell’intervista al telegiornale del primo canale francese Breton dice che il ritardo rispetto a Londra è Washington «è di sole tre settimane». Di più. Garantisce che «i vaccini non mancheranno», e promette l’immunità di gregge in tutta l’Unione entro il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia. Il commissario all’emergenza Covid italiano, il generale Francesco Figliuolo, ha previsto l’ottanta per cento di immunizzati entro settembre. E persino quella previsione è parsa fin troppo ottimistica. —

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