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Mercato coperto di Gorizia, vent’anni di fallimenti

Dai soppalchi di Amirante al progetto Leonardo di Confcommercio. Tutti le ipotesi più ambiziose sono state affondate

TRIESTE. Creare una sorta di centro commerciale di qualità, senza snaturare le peculiarità storiche della struttura. Sembra un concetto (e un intento) espresso oggi. In realtà, questo era l’obiettivo, nel lontano 2001, dell’allòra sindaco Gaetano Valenti e del compianto assessore alle Attività economiche, Gerardo Amirante.

Sei miliardi di lire


L’idea era di dare vita a una terapia d’urto da 6 miliardi di lire, finanziati in parte dal Fondo Gorizia e da un corposo contributo europeo andando a realizzare un soppalco per “inventare” il primo piano; ampliando la gamma dei prodotti tradizionalmente in vendita; aumentando l’offerta anche con la presenza di botteghe di calzolai, bancarelle di scarpe e pantofole, rosticcerie e qualificando la struttura come promotrice e riferimento dei prodotti transfrontalieri. Il destino del progetto? Rimase sulla carta, come non venne realizzato il parcheggio sotterraneo nell’area del mercato all’ingrosso. Era il 2001, vale la pena di ricordarlo di nuovo. Corsi e ricorsi storici.

Poi, due anni dopo, ci fu la suggestione (perché tale rimase) del progetto Leonardo portato avanti con slancio e convinzione da Confcommercio Gorizia. Anche in quel caso, il Mercato coperto doveva essere l’epicentro e, anche in quel caso, gli operatori risposero: «Basta progetti. È dal 1986 che ci propinano soluzioni più o meno avveniristiche e fantascientifiche per questa struttura. Intanto, però, non si mette chiodo, nemmeno per l’ordinaria manutenzione».

Il progetto Leonardo

Ma ripercorriamo cosa prevedeva il “progettone” targato Ascom e appoggiato dall’amministrazione comunale guidata da Ettore Romoli. Se ne parlò dal 2003 (anno della sua presentazione) al 2014 (anno in cui tutto venne rispedito miseramente nei cassetti). Importante, stando agli annunci, sarebbe stato il risvolto occupazionale: erano previsti, infatti, 274 posti di lavoro. Questa, almeno, fu la previsione fornita in uno degli innumerevoli incontri dedicati alla presentazione del progetto Leonardo. Il complesso commerciale, che prevedeva un grande supermarket, doveva essere, così, strutturato: centro commerciale urbano nell’area di Santa Chiara, per il quale erano state previste diverse ipotesi progettuali, con una superficie totale di vendita da circa 5.500 metri quadrati a 7.500.

Per ognuna di esse, era stata verificata la sostenibilità economico-finanziaria e occupazionale, evidenziando che l’ipotesi relativa a circa 7. 500 mq di superficie di vendita appariva come quella caratterizzata dalla maggiore fattibilità, in quanto le sue dimensioni avrebbero consentito di «ottenere contemporaneamente – c’era scritto nello studio di fattibilità – il maggiore tasso interno di rendimento dell’investimento, l’utile netto più elevato al sesto anno di operatività (preso come momento di verifica gestionale), un numero di parcheggi richiesti in grado di rientrare entro i 500 realizzabili su 4 livelli, un carico sostenibile di commercializzazione degli spazi».

L’esito negativo del primo bando

Grande entusiasmo, dunque, ma andò deserto il primo bando per l’individuazione del soggetto privato che si sarebbe dovuto occupare dei lavori di trasformazione in centro commerciale integrato dei mercati coperto e all’ingrosso. E fu una piccola doccia fredda. «Temevo un esito simile. Purtroppo – disse, allòra, Romoli – il bando non è stato abbastanza pubblicizzato. La Gazzetta ufficiale, purtroppo, non la leggono in molti. Sarà nostra cura inserirlo sulla stampa nazionale».

E dire che quando venne aperto l’altro bando (quello delle manifestazioni d’interesse) furono 6 le aziende che si dissero pronte ad investire a Gorizia: si trattava dell’impresa Carena di Genova, Steda di Rossano Veneto, Pz costruzioni di Fiumicello, Icep di Pordenone, Co.Ro. di San Vito al Tagliamento e della Commerciale goriziana (quest’ultima, tra l’altro, promotrice del centro commerciale mai nato di via Terza Armata). Poi, però, tutto naufragò. Corsi e ricorsi. —

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