D’Eliso, una vita tra “mittel-rock” e il Sincrotrone scrivendo musica

Gino D'Eliso

A 69 anni il talentuoso cantautore, dopo una carriera tra alti e bassi non ha perso la voglia di suonare e comporre canzoni

TRIESTE Basta accendere un computer e aprire Google per rendersi conto che non è stato una meteora o un “prodotto” musicale tipicamente locale da osteria. Lo trovi, difatti, nell’enciclopedia digitale di Wikipedia. Ecco cosa dice: «Gino D’Eliso, all’anagrafe Luigi D’Eliso (19 giugno 1951), cantautore italiano. Conosciuto come il sovrano del rock mitteleuropeo. Musicista dalla scrittura inusuale, piuttosto in anticipo sui tempi. Ha fuso la canzone d’autore italiana con suggestioni prese dalla new wave inglese».

Gino D'Eliso in una foto d'epoca

C’è gente che pagherebbe soldoni per diventare “immortale” su Wikipedia, per lasciare una piccola traccia di sé sull’enciclopedia elettronica. Per D’Eliso è una sorta di certificazione di una buona carriera da musicista, mai banale, poi bruscamente interrotta e ripresa nel nuovo millennio. La musica non è mai finita e gli amici non se ne vanno. «Una bella soddisfazione, da mostrare ai miei quattro nipotini», esordisce il cantautore sangiacomino.



Partiamo da lontano, com’è nata la passione per la musica?

Nasce a casa, dentro la mia famiglia. Ho avuto due input musicali, molto diversi. Uno imperniato sulla musica classica e uno legato allo swing. Mia mamma suonava il violino, mio padre era un pianista dilettante. Erano anni particolari, eravamo sotto il Governo militare alleato, giravano molti americani per casa e sentivamo la loro musica. I miei genitori, tuttavia, hanno tentato di farmi studiare pianoforte, ma io scappavo via come un razzo ogni volta che c’erano le lezioni. Sono cresciuto a pane e Beatles ed Elvis. Così ho trovato la mia strada da autodidatta. Ho cominciato a suonare la chitarra con i classici complessini, il primo si chiamava “The children”. Ci esibivamo nelle balere, al Dancing Paradiso, dove ti facevi le ossa, al Whisky Go Go in viale XX Settembre e alla Lega a Muggia. Il batterista all’epoca era Mimmo Quaranta, ora presidente dell’Ordine dei medici.

Il repertorio...

Hendrix, Cream, Stones, Creedence, Aphrodite’s Child.

C’è una svolta nella sua carriera?

Nel 1970 comincio ad affacciarmi alla Rai, era un periodo che scrivevo la musica e per i testi mi rifacevo a scrittori inglesi, anche Shakespeare. La vera svolta a Radio Capodistria grazie al fiuto del direttore artistico Emil Zonta. Mi assicurò che quella del musicista era la mia strada.

Come nasce l’idea del rock mitteleuropeo?

Bisogna considerare che Trieste è una città di confine con mille input artistici diversi e complementari tra di loro. Tante contaminazioni musicali. Sarà per le mie origini pugliesi, ma io amo molto la melodia romantica e amo anche molto la cultura balcanica. Ho lavorato a Lubiana e Sarajevo due anni prima della guerra. Ho prodotto Mario Mihajlovic, il Battisti-Mogol balcanico. Ne è uscito un bellissimo lavoro con 12 canzoni di autori pescati in ogni angolo dell’ex Jugoslavia.

Ma c’è un grande buco nero nella sua carriera. Pubblica quattro buoni album dal 1976 all’83, tutti accolti bene dalla critica. Con l’ultimo “Cattivi pensieri” sembra sulla rampa del successo e invece sparisce dalla ribalta nazionale per quasi 18 anni. Dov’era finito?

Nessun mistero. Qualcosa, in effetti, accadde. Nel 1983 avevo prodotto due artisti a cui credevo molto, Patrizia Zani e i Luc Orient. Litigai con Caterina Caselli, la cui casa discografica non li aveva promossi per niente. La mandai al diavolo. Da qui il mio disamore per il mondo discografico. Volevo disintossicarmi. Ma ho continuato a scrivere canzoni, colonne sonore per la Rai e gingle per pubblicità. Più avanti mi è tornata la voglia di fare musica, grazie anche a Edi Meola che mi ha stimolato e così ho realizzato dopo tanti anni “Europa Hotel” lanciando la mia etichetta Mittelrock.

In precedenza aveva prodotto e lanciato a Trieste I Revolver, gruppo tra punk e new wave, che sembrava potesse spaccare il mondo e invece si è inabissato.

I Revolver promettevano bene, trainati da Riccardo Persi e Alessandro Corda, grande musicista scomparso troppo presto. Il loro concerto d’esordio all’Auditorium era stato un trionfo. Purtroppo si persero per strada. Colpa anche di un mio brutto incidente stradale che mi tagliò fuori da tutto per tre mesi. Finirono per gravitare nell’orbita dei Chrisma di Maurizio Arcieri e Cristina Moser. Lei fu corretta, lui me li rubò e li bruciò usandoli come gruppo di spalla per i loro concerti. Così si sciolsero. Un peccato.

È vero che volevano affidarle la produzione dei Sex Pistols o è solo leggenda?

È quasi vero, ero a Londra quando mi offrirono di fare da manager al gruppo punk per una tourneè italiana ma Sid Vicious era già messo molto male. Lasciai perdere.

È un’attività che non le è mai dispiaciuta quella del produttore...

Mi è sempre piaciuto scoprire nuovi talenti che stanno per sbocciare per farli crescere con la mia esperienza, senza violentarli. È accaduto con i Luc Orient.

Alla fine più che con la musica ha campato con la scienza, quando si è allontanato dal mondo discografico. Come è andata?

Una opportunità nata quasi per caso durata 30 anni. Ero amico di Fulvio Anzellotti, allora ad del Sincrotrone. Mi propose di andare a lavorare a Basovizza. Diceva che mi presentavo bene, che sapevo l’inglese e che quindi avrei potuto occuparmi dell’ufficio stampa. Ho lavorato anche con Carlo Rubbia, tra noi si era stabilito un ottimo rapporto. Mi voleva sempre a Ginevra. Tutto quello che non avevo imparato sulla fisica in tre anni di liceo lo imparai da lui in pochi giorni. Quel lavoro era anche una sfida, bisognava spiegare e convincere la gente, giustamente terrorizzata, che non c’era nulla di nucleare ma che si trattava di elettricità, di luce.

A quasi 70 anni ha ancora voglia di fare musica?

Scherza? Non si perde mai. Adesso ho in piedi un nuovo lavoro con il tastierista Max Troian. Avrà un titolo significativo: “Anni Pesanti”. Spero uscirà dopo l’estate.

Trieste è sempre una fucina di talenti musicali?

Penso di sì, anche se sono un po’ fuori dal giro. Ogni tanto faccio qualche concertino nei locali per divertimento. Mi deprime però vedere che c’è gente che suona la chitarra o la batteria da paura ma che non scrive testi, fatta eccezione per Franco Ghietti e pochi altri.

Anni fa se l’è vista brutta, è finito nelle pagine di cronaca nera per essere stato picchiato sotto casa. Un brutto mondo lì fuori.

Ascoltavano la musica a un volume pazzesco sotto casa mia, io ero sceso in strada solo per dire loro di abbassarla, erano le undici. Uno di questi è sceso e mi ha massacrato di botte spaccandomi anche il naso. Ci ho messo tre mesi per riprendermi. Non li hanno mai presi. Ma c’è un risvolto buffo in questa vicenda: per non farmi vedere dai miei ragazzi sono salito al piano di sopra dove abita mio padre per farmi medicare. Lui, sangue pugliese, ha preso la doppietta e voleva scendere in strada in mutande e ciabatte.

Un ultimo giro di Cattivi pensieri, a chi vuole dedicarli?

«Li dedico agli imbecilli e ai pavidi. Ho quattro nomi pronti...». Grazie sarà per un’altra volta. —


 

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