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Bosnia verso la Nato, l’altolà russo: «Passo ostile, dobbiamo reagire»

In uno scambio di provocazioni anche Sarajevo finisce coinvolta nelle tensioni tra Washington e Mosca

Mauro Manzin
2 minuti di lettura

/ SARAJEVO Il gelo intercontinentale che è calato sui rapporti tra Stati Uniti e Russia sta avendo ripercussioni anche sugli equilibri geopolitici nei Balcani occidentali.

Dopo che il presidente Usa Joe Biden ha definito il suo omologo russo Vladimir Putin un «killer» e dopo la replica di quest’ultimo («ti auguro una buona vita» quasi una citazione da Il Padrino di Coppola) lo scambio di provocazioni è stato innescato dall’avvertimento del Cremlino che, attraverso la sua ambasciata di Sarajevo ha avvisato gli «amici bosniaci» che «in caso di riavvicinamento pratico tra Bosnia-Erzegovina e Nato, il nostro Paese dovrà reagire a questo passo ostile» (e anche qua un po’ di Padrino ci sta).

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Pronta la replica dell’Alleanza atlantica secondo la quale ogni Paese ha il diritto sovrano di scegliere i propri accordi di sicurezza, precisando che se i Paesi scelgono di cooperare con la Nato, attraverso un partenariato o come membro a pieno titolo, questo dipende da ogni singolo candidato e dai 30 alleati. «Nessuna terza parte ha il diritto di intervenire o di porre il veto a tale processo», ha ribadito Oana Lungescu, portavoce dell’Alleanza. «Tutte le minacce a questo riguardo sono inaccettabili. Il tempo delle sfere di influenza è passato - ha proseguito - la Nato e la Bosnia-Erzegovina hanno una cooperazione a lungo termine e reciprocamente vantaggiosa, cooperazione che non pregiudica alcuna potenziale futura adesione della Bosnia-Erzegovina all’Alleanza».



Come riporta l’agenzia Birn, il battibecco non è certo finito qui con l’ambasciata russa che ha a sua volta replicato sostenendo che la sua dichiarazione è stata «una reazione a diverse pubblicazioni che lodavano i vantaggi dell’adesione della Bosnia alla Nato», ma non è chiaro a quali pubblicazioni la fonte diplomatica facesse riferimento. E poi è ritornata all’attacco: «Chiediamo agli amici bosniaci di riflettere attentamente, di valutare i pro e i contro, di tenere in considerazione le opinioni di tutti gli abitanti del Paese che sono lontani dal dare il proprio consenso su questo tema». Chiara l’allusione finale ai cittadini della Republika Srpska, l’entità amministrativa etnica dei serbo-bosniaci, storicamente filo russa e contraria a qualsiasi avvicinamento a coloro i quali hanno bombardato Belgrado il 24 marzo del 1999. Ma è proprio in questa disparità di vedute che ha bloccato le istituzioni della Bosnia-Erzegovina per mesi che il Cremlino può tirare il suo affondo, in una ferita mai cicatrizzata di quella Bosnia creata da Dayton per chiudere la guerra non per gestire la pace.



E infatti nell'ottobre 2017 l'assemblea dell'entità serbo-bosniaca, Republika Srpska, ha approvato una risoluzione in gran parte simbolica che proclama la sua neutralità militare come un contrappunto percepito alle mosse di Sarajevo per aderire alla Nato. La risoluzione proclamava la neutralità della Republika Srpska rispetto alle alleanze militari e si dichiarava impegnata a coordinare il suo status futuro con la Serbia neutrale. Želko Komšić, il membro croato della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina ha definito «minacce contorte» le affermazioni dell’ambasciata russa e «non accettabili», denunciando una vera e propria prassi del ministero degli Esteri di Mosca di interferire contro quei Paesi dell’area pronti ad aderire al Patto atlantico, prassi che si è puntualmente attuata anche nei confronti del Montenegro prima e della Macedonia del Nord poi. —

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