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Ucciso dall’amianto, il Porto di Trieste risarcisce gli eredi con mezzo milione di euro

Una protesta degli esposti all'amianto in una foto d'archivio

Ex lavoratore portuale deceduto a 61 anni per un tumore polmonare. La famiglia ha fatto causa. L’Authority deve risarcire

TRIESTE L’Autorità portuale di Trieste dovrà versare mezzo milione di euro alla famiglia di un ex lavoratore triestino deceduto a causa dell’amianto. È l’ennesimo risarcimento che l’Authority è costretta a pagare per le azioni legali intentate in sede civile dai parenti degli ex operai esposti alle fibre del pericoloso materiale.

La vicenda finita in Tribunale riguarda in questo caso un socio lavoratore della Compagnia portuale: un “cottimista” in servizio nell’allora Ente porto (ora Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale), nato nel ’49 e morto nel 2010 a 61 anni. Aveva lavorato in porto dal ’72 al ’96.


L’uomo era addetto allo sbarco dei sacchi di amianto. In buona sostanza i carichi trasportati dalle navi venivano issati con le gru e calati sulla banchina; i cottimisti avevano il compito di trasportarli con i carri fino ai vagoni ferroviari. Visto che la merce era composta da sacchi di carta da 25 chili, durante le manovre gli imballi si rompevano con facilità. La polvere andava dappertutto. I facchini non erano minimamente consapevoli della pericolosità e non avevano indicazioni per l’utilizzo di mascherine e di altri dispositivi di protezione. Tanto che, durante le pause, passavano il tempo a fare battaglie con le palle di amianto. Le pulizie, inoltre, si facevano con la scopa. E le fibre si diffondevano ulteriormente. Si stima che nello scalo triestino (dagli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta) erano state sbarcate 650 mila tonnellate del minerale.

All’ex lavoratore portuale, che per anni era stato esposto al materiale, era stata diagnosticata una neoplasia polmonare. Dopo il decesso la famiglia aveva fatto causa all’Autorità portuale.

«Già dal ’78 era noto che l’amianto provocava tumori», spiega l’avvocato Fulvio Vida, il legale che ha assistito nel processo civile i parenti della vittima. «Nonostante questo al personale non venivano fornite misure di protezione e sicurezza».

La moglie e il figlio beneficeranno di 170 mila euro ciascuno. La madre, otterrà 70 mila, mentre il fratello 20 mila. Altri 24 mila saranno distribuiti tra gli eredi (in questo caso ancora la moglie, il figlio e la mamma). Con le spese legali e gli interessi, sono 513 mila euro.

Ma le cause legali nei confronti dell’Autorità portuale sono varie. Soltanto l’avvocato Vida ha in mano otto procedimenti in corso e cinque in preparazione. «Ho cercato di convincere i vertici del porto a risparmiare soldi chiudendo le vicende attraverso la forma dell’arbitrato medico e quantificare così il danno – spiega Vida – ma sembra non sia possibile».

Il presidente dell’Authority Zeno D’Agostino è ben consapevole del problema: «Una situazione che abbiamo ereditato dalla gestione dell’Ente porto – osserva – e che oggi dobbiamo pagare con i nostri bilanci. Negli ultimi tre anni abbiamo raggiunto quasi 5 milioni di euro. E non possiamo transare in alcun modo: dobbiamo agire legalmente, altrimenti sarebbe danno erariale. Lo abbiamo segnalato più volte al ministero. Anche perché c’è un paradosso: esiste in fondo amianto a cui possono accedere le imprese ma non noi, in quanto ente pubblico». —


 

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