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Arturo Nathan si curava girando in Carso con la moto

Arturo Nathan, “L’asceta”, autoritratto, 1926 (particolare)

Nell’aprile del 1921 Sigmund Freud riceve nel suo celebre studio viennese di Berggasse 19 un collega, Edoardo Weiss. Questi, già suo allievo, è arrivato da Trieste con alcune riproduzioni dei quadri di un paziente col quale ha difficoltà nella terapia. Weiss spera che il suo maestro possa dargli qualche consiglio a proposito di quel giovane che si trova in uno stato di profonda prostrazione. Si chiama Arturo Nathan, è ebreo; anche se nato a Trieste è cittadino inglese, e come tale è stato arruolato nell’esercito britannico allo scoppio della guerra e, dal momento che si è dichiarato pacifista, è stato mandato per punizione a pulire latrine a Portsmouth.


Freud ascolta la descrizione del caso, guarda le linee e i colori tracciati dalla mano di quell’artista, e sentenzia: “è una depressione semplice dovuta a una fissazione materna, molto pronunciata. Si tratta di un complesso di Edipo, e la difficoltà nella terapia è dovuta al fatto che il paziente vede nell’analista la figura paterna”.


Weiss torna a Trieste rinfrancato, il maestro lo ha incoraggiato a proseguire sulla strada intrapresa e la cura progredisce, tanto che nei mesi seguenti “il pittore depresso migliorò lentamente, via via che lo rendevo consapevole della sua fissazione materna”, appunta Weiss nel suo diario. In quello stesso anno Nathan apre a Trieste il suo atelier e acquista una Harley Davidson con cui sfreccia per le strade del Carso.

La passione per le moto, dietro la quale ci sarebbe la piena conquista da parte di Nathan della sua parte maschile, proverebbe, secondo Weiss, la riuscita della terapia. Però, anche se “la cura analitica ha favorito il limpido fluire della vena creativa del pittore”, scrivono Giuliana Marin e Rita Corsa in “Edoardo Weiss, a Trieste con Freud” (Alpes, 2018), “non ha salvato Nathan dalla sofferenza di uno spirito tormentato”.

I suoi quadri mostrano teste di statue abbandonate su scogli assediati dal mare, vulcani marini eruttanti lava sotto cieli corruschi, colonne naufragate; negli autoritratti si rappresenta come un asceta con le mani incrociate sul petto oppure con gli occhi chiusi e vestito a più strati, come le tante anime che lo abitano. Una plastica inquietudine che è aderente alla sua parabola esistenziale. Il padre, Jacov, nato a Bombay nel 1854 da un venditore di tappeti di Bagdad, era venuto a Trieste per fare visita a una sorella, sposata con un dirigente del Lloyd.

Da buon commerciante, fiutata l’aria che tira nella città emporio, decise di rimanervi. Nel 1890 si sposò con Alice Luzzatto, anche lei ebrea e nel 1891 nasce Arturo Abramo. Nathan vive appieno quella crisi della società borghese di inizio Novecento, che si traduce nelle spinte autodistruttive sul piano esistenziale e nel carnaio della guerra su quello storico e cui danno forma, nell’espressione artistica, le avanguardie. Poi la rottura della forma si ricompone, ma l’esito è lo smarrimento, il disagio, l’attesa della fine.

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La pittura di Nathan si colloca nel punto di passaggio tra metafisica e surrealismo, anche se il surrealismo lascia il posto a una lenta e quasi solenne emersione del profondo psichico, favorita dalla cura psicoanalitica. La desolazione fantastica della pittura di Nathan è il presagio di un destino ineluttabile. Allo scoppio della seconda guerra mondiale viene arrestato e portato in Risiera. Il suo essere ebreo e inglese è un maligno viatico prima per il confino e poi per la deportazione in Germania, a Bergen Belsen, dove muore nel 1944, subito dopo la liberazione del campo. —
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