Addio a Pino Raspar, il fotografo che catturava la bellezza

Pino Raspar intento a scattare con la sua Nikon il carnevale 2019 Foto Katia Bonaventura

Si è spento a 84 anni il testimone di un’epoca, capace di raccontare non solo una città. Decano dei fotografi bisiachi, era stato fotoreporter per Il Piccolo, Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino.  Martedì prossimo i funerali 

MONFALCONE Sì, cercava la bellezza. Ma non solo la cercava: Pino Raspar sapeva restituirla, fissarla per sempre in un’immagine. Perché in fondo, per lui, la fotografia altro non era che «la realtà vista dal suo lato migliore». Per questo in ogni album di famiglia c’è un suo scatto, perpetuo ricordo di un matrimonio, compleanno, battesimo. E ora che il notissimo fotografo Pino Raspar, serenamente mancato mercoledì all’età di 84 anni, non c’è più, Monfalcone sembra un po’ meno bella, sfiorita. Lascia l’amata moglie Jvonne (e l’amarezza è averla abbandonata il giorno prima del 54° anniversario di nozze), la figlia Giuliana cui ha trasferito, intatta, la passione per il mestiere, il fratello Giovanni. Il funerale si celebrerà martedì alle 11 al duomo, dove la salma arriverà dall’obitorio del San Polo.

Pino Raspar assieme alla moglie Jvonne


Andare oltre la superficie, trovare l’anima dei suoi soggetti era lo scopo di Pino Raspar. Sia nell’attività commerciale che in quella giornalistica. Decano dei fotografi bisiachi, era stato fotoreporter per i quotidiani Il Piccolo, Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino. Negli «anni delle corse», come ricorda la figlia, quando gli scatti viaggiavano fuorisacco e «lui, a tutte le ore, lasciava casa per fiondarsi con la Lambretta sul luogo di un incidente», un delitto, un fattaccio di cronaca che «mai lo lasciava indifferente», il suo obiettivo aveva saputo raccontare storie entrate negli annali del territorio.

Una foto d'epoca

E, nel 2016, pure in una mostra antologica organizzata dal Comune. Come le 11 ore ad alta tensione di Ronchi dei Legionari, quando, il 6 ottobre del 1972, l’ex parà Ivano Boccaccio tentò di dirottare un piccolo passeggeri Fokker, lanciando una bomba a mano contro gli agenti accorsi al velivolo in pista. O la visita del presidente della Repubblica Antonio Segni. Il passaggio in città di Aldo Moro con la sosta, il 21 aprile del 1967, al Caffè Carducci, allora sotto altra gestione. E ancora lo sport, con l’epica sfida tra Nino Benvenuti ed Emile Griffith per il titolo mondiale dei pesi medi.

La mostra fotografica del 2016 con un giovane Sior Anzoleto in piazza Repubblica e Nino Benvenuti assieme aEmil Griffith al Caffè Carducci


Anche quando questo capitolo della sua vita terminò, Raspar rimase testimone attento della città. Chi se non lui sarebbe altrimenti riuscito a pizzicare, con il teleobiettivo, il primo uomo sulla Luna Neil Armstrong, restìo a concedersi ai paparazzi, durante la visita in delegazione americana alla Eaton nel 1994? Difatti perfino questo scatto è nel suo curriculum. Ma per dire quanto in Pino Raspar, monfalconese classe 1936, di Panzano, la fotografia fosse sottopelle si deve risalire agli ultimi anni, quando gli acciacchi dell’età gli rendevano più ostico maneggiare la macchina e quindi lo si poteva sorprendere, davanti a uno scorcio, un’espressione, un palpitare della natura, con le dita istintivamente a mimare l’inquadratura, per cogliere l’attimo di bellezza in un ideale clic. Perfino sulla carrozzina, cui era in ultimo costretto, il fotografo aveva saputo trovare una nuova prospettiva, un diverso modo di scattare, uno sguardo inedito e non privo di fascinazione.



Nell’eterno divario tra Nikon e Canon, lui era rimasto fedele alla Nikon, ma la prima macchina se l’era costruita, testimone il fratello Giovanni detto Gianni, con le sue mani, da adolescente. Indubbiamente Raspar «è stato testimone dell’evoluzione fotografica, dalla camera oscura al digitale, con cui, pure, si cimentava». «Amava ritrarre le persone, ma in generale tutto ciò che per lui era bellezza, un volto o un fiore – ricorda la figlia Giuliana –, ma pure un soggetto particolarmente difficile da catturare costituiva uno stimolo. Lo ricordo con la foto di un cobra ritratto durante un viaggio mentre, velocissimo, si contorceva: aveva saputo catturarlo come se fosse stato sempre fermo, immobile».

Raspar, che aveva iniziato a scattare foto appena 19enne, aveva inaugurato a metà anni ’60 il primo negozio in via Sant’Ambrogio, precursore del laboratorio di via dei Rettori dove la sua carriera crebbe anche per successo e meriti sul campo. Uomo buono, curioso della vita, sempre con il sorriso, è stato a lungo il fotografo che i monfalconesi chiamavano in occasione di nozze, battesimi, prime comunioni e cresime. «È stato un buon padre, una persona solare, che sapeva fasi volere bene. Un generoso, mi ha insegnato tutto», spiega con il groppo in gola la figlia Giuliana, fotografa in piazza della Repubblica. «Amava, nelle foto, l’immediatezza, l’equilibrio – conclude – diceva che la simmetria è nemica dell’arte». Il soggetto decentrato era l’espediente per mettere in luce la parte nascosta, invisibile, andando dritto all’essenza. Alla bellezza. —

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