Nelle città della Bosnia-Erzegovina i livelli di smog più elevati d’Europa

Lo rivela il report sull’inquinamento dell’aria nell’anno della pandemia. Male anche Serbia e Kosovo

BELGRADO Ha fatto chiudere negozi, ristoranti e uffici, stoppato viaggi e vacanze, costretto milioni e milioni di persone a casa. Ma nemmeno la pandemia è riuscita a cambiare colore al “polmone nero” del vecchio continente: i Balcani ed ampie parti dell’Europa centro-orientale. Lo ha svelato l’ultimo “World Air Quality Report” relativo al 2020, l’anno del virus, rapporto sviluppato dall’autorevole IQAir e basato sui dati delle polveri sottili Pm2.5 delle stazioni di rilevamento dell’inquinamento operative in più di cento Paesi. Stazioni dell’Europa dell’Est e dei Balcani che, malgrado lockdown più o meno lunghi, hanno continuato a “respirare” alti livelli di smog anche l’anno scorso, in molti casi superiori persino a quelli del 2019.



La classifica di IqAir dei Paesi più inquinati vede così sempre in testa, in Europa, la Bosnia-Erzegovina, con una media annua di 40,6 mg/m3 di Pm2,5 – con il Paese balcanico al decimo posto al mondo per concentrazioni di Pm2,5, dopo Bangladesh, Pakistan, India. Si continua a soffocare anche in Macedonia del Nord (30,6), ma pure in Bulgaria (27,5), in Montenegro (26,1), in Serbia (24,3), Croazia (21,2), Kosovo (20) e Ucraina (19,2), tutti Paesi al top della poco appetibile classifica europea – e che fanno peggio dell’Italia (18,5) – mentre fra le nazioni a rischio smog IQAir s’inseriscono anche Polonia, Albania, Romania, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca.



Non è un caso. Si tratta, in particolare per quanto riguarda i Balcani ma in generale «tutta l’Europa orientale», di una diretta conseguenza «della pesante dipendenza dal carbone» della Regione, area che si riscalda e produce energia soprattutto utilizzando la sporca lignite, senza dimenticare la prevalenza in circolazione di auto obsolete e il ricorso a sistemi di riscaldamento inquinanti, ricorda lo studio. Problemi che si acutizzano «durante l’inverno», asfissiando in particolare «le aree urbane» in Paesi come «Polonia, Bosnia-Erzegovina, Serbia».

Non sorprende allora il fatto di ritrovare nel ranking delle dieci città europee più inquinate dalle polveri sottili ben otto dell’Est Europa e dei Balcani. La palma spetta alla polacca Orzesze, parte di una conurbazione di 2,7 milioni di abitanti attorno a Katowice, tallonata da Sarajevo, la città più ammorbata dei Balcani anche a causa della sua posizione, sul fondo di un “catino” circondata da montagne che non permettono ai venti di ripulirla dai fumi tossici. Male, in Europa, fanno anche altre cittadine bosniache, come Lukavac, Doboj e Zivinice, ma anche molte serbe, tra cui Valjevo e Kosjeric, ma anche la kosovara Vushtrri/Vucitrn, vicinissima alle antiquate centrali alimentate a carbone che distribuiscono energia all’intero Kosovo, allo stesso tempo affumicandolo. Fumi che, all’epoca della pandemia, si sono ridotti a livello globale, almeno durante i mesi del lockdown.

Secondo IQAir, addirittura «l’84% dei Paesi monitorati ha registrato un miglioramento della qualità dell’aria», con benefici in particolare per metropoli come Pechino (-11% di smog), Chicago (-13%), Londra, Parigi e Seoul. Anche nel 2020, tuttavia, «metà delle città europee ha comunque superato i limiti Oms annuali di inquinamento da Pm2,5». E nei Balcani varie nazioni hanno registrato, malgrado la pandemia, un peggioramento. Fra esse, la Bosnia (da 34,6 a 40,6 mg/m3 di Pm2,5), la Bulgaria (da 25,5 a 27,5), la Serbia (da 23,3 a 24,3), la Croazia (da 19,1 a 21,2). —
 

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