Gli scienziati in pressing sul governo: «Weekend e feste di Pasqua in rosso»

Il contagio rallenta, ma è allarme nelle terapie intensive: è stata superata la soglia del 30 per cento di letti occupati 

ROMA Nessun lockdown generalizzato, ma weekend tinti di rosso da qui a Pasqua e Pasquetta comprese, qualche limitazione in più nelle regioni gialle e rosso diretto per quelle che superano il parametro dei 250 casi settimanali ogni 100mila abitanti indipendentemente dal valore dell’Rt. La ricetta del Comitato tecnico-scientifico (Cts) è stata recapitata già in tarda mattinata al governo, al quale spetta ora decidere se tradurre quei suggerimenti in un nuovo decreto.

In realtà la discussione nel Cts non è filata del tutto liscia, perché l’ala meno rigorista degli scienziati avrebbe preferito aspettare prima di proporre il lockdown durante tutti e cinque i prossimi weekend. «Se venerdì prossimo non superiamo i 30mila contagi giornalieri - è il ragionamento degli aperturisti - l’applicazione del nuovo parametro dei 250 casi per 100mila abitanti dovrebbe essere sufficiente a tenere sotto controllo la situazione».



Un’analisi supportata dai numeri. Prima di tutto applicando il parametro dell’alta incidenza di contagi rispetto alla popolazione, già solo con quanto fotografato dal monitoraggio della scorsa settimana in fascia rossa finirebbero direttamente Lombardia, Emilia-Romagna, Marche e Trentino. Ma considerando che il report settimanale si riferisce ai numeri meno pesanti della settimana precedente, è facile prevedere che in lockdown lunedì prossimo finiscano anche Abruzzo e Toscana. Considerando che in rosso ci sono già Molise, Alto Adige, Campania e Basilicata, oltre che tutta una serie di comuni e province, in pratica già solo con il sistema a semaforo ritarato sul parametro dei contagi settimanali più di mezza Italia finirebbe in fascia rossa, dove chiudono anche i negozi salvo quelli essenziali e le scuole di ogni ordine e grado.

In secondo luogo, la crescita dei contagi sta frenando. Erano aumentati del 30% due settimane fa, del 24% quella appena trascorsa e potrebbero salire ancora meno in quella attuale, perché ieri ad esempio in termini assoluti i contagi sono saliti da 13.900 a quasi 20mila, ma il tasso di positività è calato dell’1,8%, attestandosi al 5,7%. E puntando la lente di ingrandimento sulla colonna dei dati regionali, si vede che vanno meglio proprio le regioni che hanno già adottato misure più stringenti, mettendo in rosso o in arancione scuro i loro territori più esposti all’effetto varianti. Anche se con i 56 di ieri sono 2.756 i pazienti Covid ricoverati nelle terapie intensive, che oggi hanno superato di un punto percentuale la soglia di sicurezza del 30% dei letti occupati da contagiati. Ma la paura della maggioranza rigorista degli scienziati del Cts è che il clima pasquale finisca per favorire aggregazioni tra parenti e amici, assembramenti nei ristoranti e nelle vie della movida. Un remake del film di Natale. Per questo alla fine è passata la proposta di passare in modalità rosso lockdown tutta Italia nei weekend. Nei giorni feriali in ciascuna regione si applicherebbero le disposizioni previste dalle diverse fasce di colore. Con qualche rinforzo in più in quelle gialle, dove le misure per gli scienziati sono troppo blande. Nel verbale trasmesso al governo il Cts non scende nei dettagli, ma dopo aver ribadito la necessità di riportare l’Rt nazionale sotto la soglia di sicurezza di uno, ritiene indispensabile «l’innalzamento delle misure previste per ogni fascia di rischio». Che tradotto potrebbe significare chiudere le scuole di ogni ordine e grado anche nelle regioni in fascia arancione e limitare le forme di aggregazione in quelle gialle. Ad esempio chiudendo i centri commerciali e i grandi punti vendita anche nei giorni feriali e limitando gli ingressi nei negozi a un solo componente familiare. Ma il Cts raccomanda anche di potenziare il sequenziamento del virus per individuare il prima possibile le varianti e di velocizzare la campagna vaccinale, soprattutto cercando di immunizzare subito i più esposti a forme gravi di malattia in caso di contagio. Il riferimento è soprattutto dei due milioni di persone «estremamente vulnerabili». «Ma la loro selezione - denuncia Dario Manfellotto, presidente della Federazione dei medici internisti ospedalieri - è intralciata dalla burocrazia, con richieste di dati e codici che dovrebbero essere a portata di click delle Asl e che invece si scaricano su di noi, distogliendoci dal curare e vaccinare». —



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