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L'uso degli Sms una mossa vincente per i vaccini nel Regno Unito

Se siete stupiti che il Regno Unito sia già riuscito a vaccinare 21 milioni di persone (più di un terzo della popolazione) questo non è solo il risultato della disponibilità dei vaccini ma soprattutto della capacità di distribuirli e somministrarli. Ecco cosa succede a Londra per un qualsiasi cittadino.

Mauro Giacca
3 minuti di lettura

TRIESTE Se siete stupiti che il Regno Unito sia già riuscito a vaccinare 21 milioni di persone (più di un terzo della popolazione) questo non è solo il risultato della disponibilità dei vaccini ma soprattutto della capacità di distribuirli e somministrarli. Ecco cosa succede a Londra per un qualsiasi cittadino.

Tutto parte con un Sms del medico di base, quello che in Inghilterra chiamano il General Practioner (Gp) – l’assistenza sanitaria qui è gratuita e aperta a tutti, indipendente da cittadinanza e residenza amministrativa. L’Sms contiene un link personalizzato da cui si entra in un sito con diverse opzioni su dove fare il vaccino vicino a casa propria. Già a dicembre, quando il vaccino di Pfizer era stato appena approvato, il Regno Unito aveva iniziato ad allestire dei grandi centri per la vaccinazione. Oggi sono circa un centinaio, oltre a 1000 servizi diretti dai Gp, 200 farmacie e 250 hub negli ospedali. Alcuni dei centri per la vaccinazione a Londra, tra l’altro, sono suggestivi. Uno di questi è il Lord’s Cricket Ground, uno dei più vecchi campi di cricket del paese, un altro è un padiglione storico per le esposizioni floreali che data al 1904. Ma c’è anche una moschea, un centro commerciale, e persino la sede della squadra di calcio del Crystal Palace. Qualche settimana fa, nello Hampshire, il governo ha aperto anche una stazione dei pompieri.

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Scelto giorno e ora sul cellulare (slot disponibili nei successivi 5 giorni), il sistema manda un paio di richiami; se la data non va più bene, rimane la possibilità di cambiare, sempre online. Al giorno previsto ci si presenta al centro prescelto e si viene accolti da una schiera di volontari: evitano le file, accompagnano le persone e assistono gli anziani. Nessuna attesa, nessun documento richiesto (in Inghilterra non esiste nemmeno la carta di identità), nessun modulo da compilare. Basta soltanto il numero di iscrizione al sistema sanitario. Nessuna scelta nemmeno per il tipo di vaccino: i centri per la vaccinazione ricevono le fiale al pomeriggio precedente senza sapere quale sarà quello per la giornata successiva, qualche volta Pfizer e qualche volta AstraZeneca (anzi, “Oxford”, come lo chiamano qui, orgogliosi della sua creazione all’Università di Oxford). La vaccinazione dura in tutto un paio di minuti, e un volontario poi accompagna il vaccinato all’uscita. Un altro sms lo avvertirà quando sarà il tempo di fare il richiamo.

Se le scelte sulla Brexit non ispirano simpatia, va riconosciuto che il Paese contro il Covid sta dando il suo meglio. Primo, ha mobilizzato fin da febbraio scorso tutta la carica di ricerca scientifica delle sue università. Il Regno Unito non spende in realtà tanto nella ricerca in generale rispetto ad altri paesi europei, ma lo fa principalmente nella ricerca medica. Secondo una statistica pubblicata dall’Economist la scorsa settimana, l’investimento in biologia e medicina è quasi triplicato dagli anni ’90 (mentre quello per la difesa si è ridotto di 4 volte). Secondo, ha organizzato a livello nazionale la sperimentazione sui farmaci contro il virus. Il trial Recovery, approntato fin da marzo 2020, ha testato in maniera controllata tutti i farmaci papabili contro Covid. E’ da Recovery che sono usciti il cortisone e l’anticorpo monoclonale tocilizumab, e che invece è stata bocciata la clorochina. Le linee guida attuali per la terapia sono disegnate attorno a queste indicazioni. Terzo, il paese ha dispiegato fin da dopo la scorsa estate tutta la sua potenza di sequenziamento genetico alla ricerca delle varianti del virus.

La maggior parte del sequenziamento viene fatto al Wellcome Sanger Institute (dedicato a Frederick Sanger, vincitore due volte del premio Nobel per la chimica proprio per il sequenziamento). Quasi il 40% delle oltre 700mila sequenze di Sars-CoV-2 depositate oggi sul database Gisaid da tutto il mondo vengono dal Regno Unito. E’ semplicemente questo il motivo per cui la variante “inglese” si chiama così, non perché sia necessariamente nata in Inghilterra (circola dappertutto). Quarto, nel Regno Unito sono disponibili grandi forze finanziarie dedicate alla ricerca (soltanto la Wellcome Trust distribuisce ogni anno 1 miliardo di finanziamenti alle università). L’investimento non è a pioggia, ma più di metà va a tre grandi poli nel paese: le Università di Oxford e Cambridge e la zona ovest di Londra (dove ha sede l’Imperial College). Quinto e ultimo, nel paese sono presenti grandi aziende farmaceutiche che a loro volta investono in ricerca e sviluppo (e non soltanto in stabilimenti di produzione); almeno due di queste (GlaxoSmithKline e AstraZeneca) sono strettamente legate agli avanzamenti attuali legati a Covid-19.

Digitalizzazione del rapporto tra amministrazione e cittadini, scrupolosa organizzazione sociale, meticoloso rispetto delle regole, governo aperto a farsi ispirare nelle proprie scelte dagli esperti e disponibilità finanziaria pubblica e privata sono un cocktail che evidentemente torna assai utile nelle situazioni di emergenza. La storia soltanto ci dirà se e come la Brexit intaccherà o meno questo assetto che, almeno per ora, sembra assai efficace. —

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