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Tatuatori in crisi con la zona arancione: "Lavori lasciati a metà sui nostri clienti"

«Penalizzati perché non possiamo completare il disegno su persone residenti fuori comune. I ristori sono irrisori»

MONFALCONE Tattoo, fatti più in là. Nel senso letterale della trita strofa cantata dalle Sorelle Bandiera: tra zone a intermittenza rosse, arancioni e gialle anche ultimare il tatuaggio a un braccio diventa questione di mesi. Pazienza per il pur plausibile disagio del cliente “vestito” dell’opera solo a metà, ma ai titolari di partita Iva chi ci pensa? Il viaggio tra i centri tattoo di nuovo piombati in zona arancio racconta le difficoltà di un settore in auge, ma condizionato da virus e ordinanze.

Perché, lo spiega chi ha dimestichezza con gli aghi per body art, rivolgersi a un tatuatore «non è come andare dal parrucchiere, ché in caso di emergenza uno vale l’altro, e si può restare in città». Il cliente si reca in un tal posto perché «apprezza la mano», l’estro di quell’artigiano. Nelle debite proporzioni: se a uno piace Manet, non gli puoi rifilare Warhol. E in ogni caso, nel settore, non si usa terminare il lavoro intrapreso da un altro. Non esiste interscambiabilità.



In via del Rosario il 54enne Alberto De Luca, Alby per tutti, viene riconosciuto anche dai colleghi pioniere dei “timbri”. È stato il primo tatuatore in città a metà anni’80, quando l’inchiostro sulla pelle era una cosa per pochi intimi; altro mondo rispetto a oggi, dove pure la nonna a Marina Julia può svelare una rosa alla caviglia. «Lavoriamo a seconda di come cambia il colore del “semaforo” – dice –: allo scattare dell’arancione è caos e saltano gli appuntamenti, perché la maggior parte di noi, in realtà, lavora con clienti di fuori. Appena in questo periodo sono riuscito a ultimare il lavoro al braccio di uno che avevo lasciato appeso, con il disegno, a novembre». Dal punto di vista delle norme sanitarie «è cambiato ben poco: già prima tutti noi del settore usavamo guanti e mascherine, magari il cliente no e ora invece è così». Insomma, il protocollo rigido di sanificazione non è una novità per la categoria, abituata a lavorare sui corpi. «L’igiene è a livello di uno studio dentistico – prosegue –: eppure in questa crisi si è parlato di tutti, estetisti, coiffeur, titolari di palestre, ma a noi nessuno ha fatto cenno. Dimenticati». Le tasse, però, le pagano anche i centri tattoo. «Da tanti anni sulla piazza, con il lavoro mi difendo – conclude –, ma noto che ci sono meno soldi in circolo e si tende a rimandare quanto non risulta indispensabile».

Questo, come osserva Patrizia Trotta de La Patty Inkheart di Staranzano, sarebbe il periodo migliore per la categoria: all’alleggerimento dei tessuti scatta puntuale il desiderio di un tattoo, per gli habitué. «Dopo un tatuaggio si devono osservare 15 giorni di distanza da mare o piscina, serve attenzione nella pulizia della zona trattata, per questo tutti preferiscono la sessione in primavera». Già, l’altr’anno, con il lockdown, si sono persi dei lavori. «Negli anni mi sono creata una buona rete e dunque ho le spalle larghe per affrontare il periodo, però ho tanti clienti da Trieste e Udine, quindi con l’arancione il problema è quello dei rinvii degli appuntamenti presi – dice –: avere un maggior preavviso e non arrivare ad apprendere la notizia il giorno prima, sarebbe auspicabile».

«Un’assurdità – afferma dal suo canto Orietta di Red Skink tattoo, a Monfalcone in via Cosulich – pensare che noi si possa lavorare solo con la gente del posto, tutti abbiamo clienti da fuori e qui ci sono ben tre studi. Un mio cliente, che ora risiede in Germania, ha un grande tatuaggio sulla schiena in sospeso da fine 2019. Un tatuatore non è un’estetista, sostituibile con altra del posto in caso di emergenza. Ognuno ha uno stile proprio nel disegno e il cliente per quello ci sceglie». «È ora di finirla di sfruttare le partite Iva – conclude – cosa si fa con 600 euro di ristori se c’è un mutuo da pagare? Io ho visto perdite importanti dall’anno prima. Chi mi ripaga dei lavori saltati di clienti da Cormons o Grado? ». «I primi tre mesi di lockdown a zero guadagni sono stati difficili – ammette Riccardo Bottino di Ricky Tattoo in piazzale Salvo d’Acquisto –, poi c’è stata la ripresa. Io lavoro da vent’anni e non accuso il colpo, ma come fa chi ha appena aperto? La criticità maggiore riguarda gli appuntamenti slittati. Si naviga a vista. Avendo mura di proprietà non mi lamento troppo: vista la pandemia in corso, si cerca di tener duro». —

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