Contenuto riservato agli abbonati

Dall’inferno di Lesbo al calore di Trieste: il viaggio della speranza del piccolo Amir

L’arrivo di Reziah e del figlio di 11 anni Amir nella casa d’accoglienza della Fondazione Luchetta a Trieste

Il bimbo iraniano, affetto da una malattia rara, grazie a Comunità di Sant’Egidio e Fondazione Luchetta curato in Italia 

TRIESTE Questa è la storia a lieto fine di un bambino afghano di 11 anni, affetto da una malattia rara, che dopo mille peripezie si trova oggi al sicuro a Trieste, accolto dalla Fondazione Luchetta Ota D’angelo Hrovatin.

Amir - questo il nome del ragazzino - era stato avvicinato per caso un anno fa da una troupe del Tg3 nazionale nel campo profughi greco di Lesbo. La madre Reziah - 26 anni, cresciuta in un campo analogo in Iran - in quella circostanza aveva raccontato al giornalista Nico Piro le vicissitudini sopportate da lei e da suo figlio: oltre alle mille difficoltà vissute per scappare dalla povertà dell’Afghanistan, con il passaggio nei campi profughi in Iran, ad Amir era stata riscontrata una rara malattia: aveva bisogno di cure mediche, essenziali per la sua sopravvivenza.


Il caso ha voluto che a vedere quel servizio sia stato il professor Maurizio Scarpa, responsabile del Centro di coordinamento regionale Malattie rare dell’ospedale di Udine, che ha contattato subito il giornalista, identificando la possibile malattia di Amir. Grazie all’intermediazione del giornalista Rai, la Comunità di Sant’Egidio di Roma, una delle più importanti Onlus italiane in materia di accoglienza umanitaria, si è messa subito in moto per far sì che il piccolo potesse lasciare l’inferno del campo profughi dell’Egeo. Così, passati alcuni mesi, mamma e figlio sono stati trasferiti da Lesbo a un centro di accoglienza ad Atene.



Ma neanche sulla terraferma Amir ha potuto beneficiare delle cure mediche necessarie per quella che è stata diagnosticata effettivamente come malattia rara. Da qui la decisione della Comunità di Sant’Egidio di attivare il corridoio umanitario per mamma e figlio, insieme ad un altro gruppo di migranti. Nel frattempo, sempre da Sant’Egidio, è stata attivata la rete della solidarietà anche in Italia: oltre allo stesso professor Scarpa che all’ospedale di Udine garantirà almeno sei mesi di terapia gratuita al bimbo, a madre e figlio scampati dall’Afghanistan è stato trovato un luogo sicuro dove poter vivere, nella struttura di via Valussi gestita dalla Fondazione Luchetta Ota D'Angelo Hrovatin.

Tutto era pronto per il trasferimento in Italia già lo scorso gennaio, ma è arrivato il colpo di coda di un destino cinico: un’epidemia di varicella nel centro di accoglienza di Atene li ha obbligati a una quarantena forzata. «È una soddisfazione enorme essere riusciti a fare qualcosa almeno per un singolo bambino - racconta la presidente della Fondazione, Daniela Schifani Corfini - ma è incredibile come la vita di una persona sia legata alla casualità. Non dobbiamo però dimenticarci che ci sono molti altri profughi che soffrono e invece vengono ripetutamente respinti e torturati ai confini dell’Europa». —


 

Fiammiferi di asparagi con aspretto di ciliegie

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi