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La strategia dello yo-yo porta disagi e insicurezze

TRIESTE Il su e giù, l’aprire e il chiudere che sembra ormai scandire le nostre vite, quella che è stata chiamata “la strategia dello yo-yo” non ha proprio nulla dell’omonimo gioco (oggi in disuso). Anzi, la subiamo come necessaria per cogenti motivi di salute pubblica. Non troviamo nulla di divertente nei mutamenti di colore dei territori in cui abitiamo, magari da un giorno all’altro, giallo-arancione-rosso, con l’aggiunta di sfumature che ci condizionano la libertà individuale dettandone le restrizioni.

Sappiamo che è l’andamento dei contagi a fornire i numeri e le percentuali delle prescrizioni cromatiche: vorremmo capire meglio queste cifre, ma non ci resta che dar retta a ciò che gli esperti dicono e i politici traducono in forme di controllo. Accettiamo il pro bono per il quale i dispositivi pubblici vengono emanati, che altro possiamo fare? Speriamo solo che lo yo-yo non duri un’eternità e che si possa uscire dal tunnel senza troppe complicazioni. Allunghiamo, a volte, lo sguardo a quanto accade negli altri paesi europei e nel resto del mondo: sarebbe stato meglio un lockdown completo per un periodo continuato in modo da affrontare con rigore la pandemia? Un blocco della vita sociale per poterne uscire, senza fermarsi al danno economico immediato ma pensando ai vantaggi postumi? Non è facile dare una risposta convincente a domande come queste. In ogni caso abbiamo scelto una strategia diversa, meno punitiva, più sensibile ai bisogni specifici di ciascuno, appunto una variante dello yo-yo aggiustata secondo un criterio di vivibilità generale.


Le curve dei contagi guidano ovviamente l’andamento complessivo del processo, tuttavia abbiamo scelto tattiche localizzate territorio per territorio e stiamo cercando – a livello istituzionale – di perfezionare questa scelta. Da qui l’altalena delle colorazioni, la scansione dei tempi (mese per mese) e dei luoghi (a seconda dei focolai): è stata così messa in atto una ragionevolezza, non solo apparente, grazie alla quale il “naufragio” collettivo potesse risultare un po’più accettabile. Che cosa non funziona, allora, nella strategia adottata, perché ci lamentiamo tanto?

A parte una lamentosità che sembra intrinseca al carattere nazionale, credo – per dirla chiara – che la variante attuale di una strategia dello yo-yo quasi obbligata non venga accolta facilmente dalle nostre teste: vorremmo percorsi precisi, cartelli indicatori stabili, certezze durevoli, situazioni sulle quali contare. Sono pretese innegabili, quasi sacrosante, ma al medesimo tempo risultano pretese velleitarie che deragliano rispetto alla realtà in cui ci troviamo. Escono palesemente dai binari della realtà esterna. Escono però anche dai binari della realtà “psichica” di ciascuno di noi.

È del tutto evidente che siamo impreparati ad affrontare una situazione oscillante come quella attuale, la quale ci chiede continui adeguamenti: il virus e le sue dinamiche hanno smosso i punti fermi (le “verità”) che puntellano l’esperienza quotidiana e così moltissimi di noi stanno franando emotivamente. Le regole di vita non si prestano più alle risposte automatiche, quasi maniacali, alle quali siamo abituati. È saltato quell’equilibrio che ci faceva stare in piedi, sonnecchiando magari, senza però sussulti: adesso è come se ci trovassimo col sedere per terra. Per rialzarci dovremmo essere capaci di una mossa contro-fattuale: smetterla di alimentare quell’idea di sicurezza che manca fuori di noi, cercare invece di valorizzare il lato positivo proprio dell’insicurezza che ci sentiamo dentro e che cerchiamo di espellere. Vorremmo che fuori prendesse piede una strategia ferma, sicura, senza oscillazioni, presumendo che simile esigenza ci assomigli, costituisca la nostra identità più vera.

Al contrario, ci ostiniamo a non vedere l’insicurezza che noi siamo. So bene che pare paradossale, quasi assurdo, contrapporre alle oscillazioni esterne, che alimentano a ogni istante la nostra paura, il vissuto autentico dell’insicurezza. Siamo davvero convinti che alla scomoda mobilità del fuori sia utile e produttivo rispondere con la rigidità e la fermezza del nostro “dentro”? Vorrei che almeno nascesse un sospetto su una simile e generalizzata convinzione, la quale, a ben vedere, conduce spesso alla frustrazione della semplice lamentela. Proviamo ad applicare un sospetto di questo tipo a qualcuno dei problemi che assillano la vita sociale, oggi, senza troppo salire in cattedra con l’aria di chi suppone di avere nella tasca una formula di verità da sciorinare. L’unica verità è che, se guardiamo bene, le “nostre” tasche contengono buchi e incertezze.
 

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