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Il ministro dell'Istruzione Bianchi: «La variante ci ha fatto chiudere ma siamo pronti a rivoluzionare la scuola»

Il ministro dell’Istruzione: «La pandemia ha esasperato i problemi, bisogna intervenire ma prima tutelare i ragazzi»

3 minuti di lettura
Il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi 

ROMA A due settimane dall’insediamento, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi sta affrontando le prime critiche da parte di genitori e studenti che vedono chiudersi di nuovo le scuole e hanno la sensazione che a un anno dall’inizio della pandemia troppo poco sia cambiato. A tutti risponde spiegando che il quadro presentato dagli esperti del Cts non lasciava margini di manovra e che, comunque, la scuola del passato non ci sarà più.

Che missione le ha affidato il presidente Draghi quando l’ha chiamata?

«Conosco il presidente Draghi da molti anni. Mi ha chiesto di riportare la scuola al centro dello sviluppo del Paese, di guardare alla scuola che verrà, oltre l’emergenza. Il punto cruciale del nostro Recovery Plan per l’Istruzione sarà la lotta contro la dispersione scolastica e la povertà educativa. Ci sarà un grande piano. La pandemia ha esasperato una situazione che era presente anche prima, ora abbiamo l’occasione per intervenire».

Questo è il futuro. Nel presente i ragazzi vogliono andare a scuola. Invece dalla settimana prossima molti di loro saranno a casa.

«Ci siamo trovati di fronte a un rapidissimo cambiamento della situazione epidemiologica. La variante inglese ha modificato radicalmente il quadro precedente: colpisce anche i ragazzi e non solo quelli tra i 10 e i 19 anni, ma anche sotto i 10 anni. Abbiamo chiesto un parametro chiaro. Il Cts ce lo ha dato: 250 casi ogni 100mila abitanti. Abbiamo fatto delle scelte. La scuola sarà a distanza in situazioni eccezionali e comunque nelle aree in cui servono forti restrizioni legate all’andamento dell’epidemia. Dobbiamo tutelare la salute pubblica, in particolare quella dei nostri bambini, e preservare la piena funzionalità del sistema sanitario» .

Le scuole chiuse e l’asporto di alcol possibile dopo le 18, accusa il presidente dell’Anci Antonio Decaro.

«Scuole chiuse è un termine sbagliato. Si farà didattica a distanza nelle zone rosse o in quelle con situazioni epidemiologiche che richiedono maggiori restrizioni. Ma la scuola ha sempre lavorato e continuerà a farlo. Abbiamo parlato con Decaro e con gli Enti locali. È chiaro che serve responsabilità da parte di tutti in questo momento».

Non è una beffa essere l’autore del documento che la scorsa estate sottolineava la necessità di tornare a svolgere attività in presenza a settembre e trovarsi in un governo che nelle zone rosse per la prima volta riporta dentro casa i bambini?

«Non ci sono beffe o contraddizioni. Siamo davanti a un oggettivo cambiamento delle condizioni. In estate nessuno immaginava che saremmo stati soggetti a una trasformazione del virus di questa portata. Bisogna tener conto della realtà, prendere atto che le varianti vanno combattute. Non ci sono dissennati da una parte e difensori dei bambini dall’altra. Speriamo di uscirne quanto prima e speriamo che sia l’ultima battaglia».

Gli studenti non ne possono più della dad.

«Stiamo lavorando al suo miglioramento, con un gruppo composto da persone sia interne al Ministero che provenienti dai territori, dirigenti scolastici, docenti, maestri di strada. Abbiamo già raccolto quasi 200 esperienze, buone pratiche, in tutte le scuole su come si è evoluta la didattica a distanza: le diffonderemo. Faremo formazione mirata per i nostri docenti sulle nuove forme di didattica. Investiremo risorse per affrontare questa fase. Attiveremo la rete del volontariato a supporto della scuola, favoriremo i patti di comunità con il territorio, guardando anche oltre l’emergenza, con una visione pedagogica diversa per costruire una scuola nuova».

Per evitare di tornare in dad a tempo pieno sarebbe bastato un adeguato sistema di tracciamento e tamponi come. Se ne parla da mesi senza alcun risultato.

«Non mi sento di fare critiche a chi c’era prima. Ne stiamo discutendo con il Ministero della Salute. Certamente servono attività di tracciamento e tamponi, sono necessarie unità mobili a livello territoriale che possano monitorare la situazione al meglio, a partire dalle scuole».

Nel frattempo, però, sta crescendo un’intera generazione che da un anno è andata a scuola anche meno della metà dei giorni previsti.

«I nostri insegnanti hanno sempre lavorato per tenere il contatto con i loro studenti, la scuola non ha mai chiuso. Oggi siamo di fronte a una variante molto pericolosa. Stiamo lavorando perché passi l’onda di piena e dopo non ci sarà più la scuola di prima, ma la scuola che vogliamo per i nostri figli e a cui stiamo lavorando».

Un’altra arma sono i vaccini. Bisogna accelerare. Bisognerebbe anche superare queste differenze tra le varie regioni.

«Ho chiesto subito dopo il mio insediamento che tutto il personale della scuola sia protetto e vaccinato. Il vaccino è fondamentale e la mia richiesta è che si acceleri il più possibile».

Nel rapporto della scorsa estate si parlava di una revisione dei criteri di dimensionamento degli istituti che permetterebbe di avere istituti più piccoli e adeguati. Pensa di intervenire in questo senso?

«Ritengo che sia un tema importante, lo proporrò in Consiglio dei ministri».

Il presidente dell’Anp, Antonello Giannelli, propone un Invalsi straordinario a settembre da utilizzare per definire un piano di recupero delle lezioni perse in questo anno. Le sembra un’ipotesi percorribile?

«Le prove Invalsi si stanno già svolgendo e servono a darci una fotografia aggiornata del sistema. Riguardo il tema del recupero delle competenze e della socialità dei nostri ragazzi, ne stiamo ragionando insieme con un gruppo di lavoro. Il tema non è il recupero di ore, ma di contenuti. Dobbiamo creare un ponte tra questo e il prossimo anno». –


 

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