San Canzian, operazione saltata per colpa del Covid, la testimonianza: «Da 6 mesi mi trascino dietro una sacca e tubi vari, una sofferenza senza fine»

Da settembre un uomo è costretto a convivere con un catetere sovrapubico, in attesa di intervento. Nelle sale chirurgiche la priorità è data ai malati oncologici. Asugi ora sbloccherà le liste di attesa con i casi più delicati 

MONFALCONE Lo stress di una quotidianità che non è più quella di prima, la precarietà delle condizioni, l’ineluttabilità dell’attesa. Da sei mesi un uomo è costretto a convivere con un catetere sovrapubico, in attesa di intervento. «Mi trascino dietro una sacca e tubi vari – racconta – col rischio di pericolose infezioni, ansia per possibili intoppi e il dolore delle sostituzioni del catetere ogni tre settimane. Per recarmi all’ospedale di Gorizia ora devo farmi accompagnare, perché essendo rimasto indebolito da ciò che mi è capitato non guido più, per sicurezza».

Destino ha voluto che per l’uomo, proprio il giorno prima dell’operazione programmata a settembre, l’appuntamento con la sala chirurgica slittasse. A causa di eventi di forza maggiore. Si stava infatti abbattendo in regione il secondo tsunami pandemico. Con medici, rianimatori, anestesisti, infermieri precettati là dove c’era più bisogno, vale a dire nei reparti Covid. E così il paziente, residente a San Canzian d’Isonzo, non più di giovane età, in passato anche un incarico di consigliere comunale, si è trovato nel “limbo”.



«Non certo per colpa dei professionisti, che continuano, per quanto riguarda il reparto di Urologia, a operare costantemente pazienti oncologici e altri malati la cui vita è a repentaglio», puntualizza l’Azienda sanitaria. Purtroppo si tratta di “effetti secondari” collegati allo scatenarsi dell’emergenza epidemica. Nella specialità di Urologia, tra Gorizia e Monfalcone, in questo periodo complesso i medici «trattano e operano con priorità le neoplasie», sempre Asugi. Pazienti come l’uomo in questione, assicura l’ufficio stampa dell’azienda, «sono da tempo in lista per l’intervento, si tratta di 3 o 4 casi analoghi cui si cercherà di dare risposta entro marzo, con l’operazione». Questo «sempre che le cose frattanto non si mettano malissimo sul fronte dei contagi, con nuovi picchi, perché allora peserebbe un grosso punto interrogativo».

«Non ho ricevuto, ancora, tale comunicazione – sostiene il sancanzianese – so solo che il 15 devo recarmi all’ospedale per la sostituzione del tubo, ma spero sia così». L’uomo descrive la sua vita dal 6 settembre come se fosse piombato in un tunnel senza via d’uscita. «Quel giorno, a causa di una grossa infezione, ho perso conoscenza – riferisce – e sono stato portato con urgenza in ambulanza al Pronto soccorso dell’ospedale San Polo. Lì, non riuscendo a mettermi un catetere per le vie naturali a causa di alcuni problemi, l’urologo mi ha inserito un catetere sovrapubico. Poi mi sono svegliato in Rianimazione e, dopo qualche giorno, sono stato trasferito nel reparto di Medicina, rimanendo lì una decina di giorni. Fortunatamente ne sono uscito. Così mi hanno messo in lista per un intervento all’Urologia di Gorizia, ma il giorno prima tutte le sale sono state chiuse agli interventi “normali” e da allora restano aperte solo per le urgenze».

Il cittadino si è rivolto, con una lettera, al governatore Massimiliano Fedriga e all’assessore regionale alla Salute Riccardo Riccardi. «Purtroppo – prosegue – la pandemia sembra abbia tempi lunghi di risoluzione». E finisce col coinvolgere pure «tutte le persone in attesa di un’operazione chirurgica che non riveste carattere di vita o di morte». Eppure tale intervento comporta «un forte impatto sulla vita normale». Non si può «attendere all’infinito, pena complicanze e peggioramenti, questi sì, poi difficili da recuperare». Di qui la richiesta al governatore di «elaborare un piano per eseguire non solo le operazioni urgenti, ma smaltire anche l’arretrato». «Capisco – riflette l’uomo – che il personale sanitario è sempre troppo poco per una pandemia che sinceramente non si augurava nessuno, ma una soluzione va trovata».

«Non è facile – conclude – prendere decisioni che fanno la differenza tra il vivere e il morire, ma non si può neanche lasciare i pazienti nel limbo. Sono stato contattato dal servizio Relazioni col pubblico di Trieste e Gorizia, che, cortesemente, mi ha spiegato lo stato dei fatti. A distanza di sei mesi nulla però si è mosso». —



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