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Ecco i vaccini attrezzati per le varianti del Covid

La probabilità che le poche mutazioni delle varianti del virus possano inattivare la risposta immunitaria ai vaccini è bassa. Ecco perché

TRIESTE Gisaid è oggi la principale fonte di informazioni sulla sequenza del genoma di Sars-Cov-2. E’ un database pubblico (basta registrarsi), fondato nel 2008 per soddisfare il bisogno della comunità scientifica di avere un accesso dedicato alle sequenze delle varianti del virus dell’influenza, uno sforzo coordinato e sostenuto dall’Oms. Nel 2010, il governo tedesco si è offerto di ospitare Gisaid sui propri server, con la collaborazione del Cdc degli Stati Uniti, dell’Agenzia della Ricerca di Singapore e di altre organizzazioni. Dall’inizio della pandemia, Gisaid ha ospitato anche le informazioni sulle sequenze dei diversi isolamenti di Sars-CoV-2; a tutt’oggi sono oltre 450mila le sequenze depositate da tutto il mondo.

Sars-CoV-2 è un virus con il genoma a Rna che, come tutti i virus di questa categoria, va incontro a mutazioni. Un errore nella sequenza genetica solitamente ha due conseguenze: o la sequenza della proteina codificata in quel punto non cambia, e l’errore è quindi irrilevante, o cambia in maniera così drastica che la proteina non funziona più. Questo secondo tipo di mutazione è anche irrilevante, perché il virus mutato non riesce più a replicarsi. Soltanto in casi molto rari un cambiamento della sequenza può produrre una proteina che funziona leggermente meglio, e conferisce quindi un vantaggio al virus. E’ questo il tipo di mutazione che definisce quelle che oggi chiamiamo le “varianti” del virus.


Su Gisaid, il prototipo delle sequenze di Sars-CoV-2 si chiama 19/Wuhan/WIV04/2019, che corrisponde alla sequenza del virus isolato a Wuhan alla fine del 2019. Questo virus è arrivato da qualche parte in Europa, ma poi ha subito sviluppato una variante nel gene che codifica per la proteina Spike. Spike è una proteina relativamente lunga, fatta da 1273 amminoacidi (gli amminoacidi sono i mattoncini che si susseguono a formare ciascuna proteina, per Spike, quindi, numerati quindi da 1 a 1273). La variante del virus che si è subito selezionata (e l’unica che ha circolato in Italia sin dall’inizio) porta un cambiamento dell’amminoacido nella posizione 614: l’amminoacido D (acido aspartico) è diventato G (glicina). Questa mutazione D614G rende il virus circa 8 volte più efficace a diffondersi rispetto al virus cinese originario. La variante del virus “inglese” (perché è stata descritta la prima volta in Inghilterra, ma secondo Gisaid circola attualmente in almeno 84 paesi), oltre a D614G porta altre 7 mutazioni di Spike (oltre ad altre 9 in diverse regioni del genoma), quella sudafricana 8, quella brasiliana 10. Al massimo, dunque, in queste varianti di Spike risultano cambiati solo 8-11 amminoacidi sui 1273 totali (meno dell’1%).

I dati più solidi sulla capacità di diffusione di queste varianti del virus sono quelli disponibili per la variante “inglese”, che mostrano come questa avrebbe una capacità di diffondersi del 30-40% superiore a quella del virus con la mutazione D614G da sola. Ovvero se poniamo la capacità di diffusione del virus con D614G a 1, la variante “inglese” si diffonde con una capacità di 1,3-1,4. Una differenza importante per l’epidemiologia del virus, ma di poco valore per il problema del contagio. Si doveva stare lontani dagli altri e portare una mascherina prima, come si deve stare lontani dagli altri e portare una mascherina ora. Nulla di essenziale cambia.

Anche i vaccini portano le loro variazioni della proteina Spike. Quelli di Pfizer e Moderna hanno due amminoacidi mutati (K986P and V987P), quello della Janssen/Johnson&Jonhson quattro (R682S, R685G in aggiunta ai due precedenti). Il motivo di introdurre mutazioni nella sequenza dei vaccini è quello di impedire che Spike si attivi quando viene iniettata, lasciandone intatto soltanto il potere immunizzante. La sequenza di Spike del vaccino di AstraZeneca invece corrisponde a quella della proteina originale.

Si stima che il nostro sistema immunitario produca anticorpi che riconoscono sequenze che vanno da 9 a 22 amminoacidi ciascuno, anche non contigue ma vicine quando la proteina assume una struttura tridimensionale. Una proteina grande come Spike con ogni probabilità può quindi stimolare la produzione di decine o anche centinaia di anticorpi diversi, e altrettanti tipi di linfociti in grado di distruggere le cellule infettate. La probabilità che le poche mutazioni delle varianti del virus possano inattivare la risposta immunitaria ai vaccini è quindi bassa.

Concordano con questa osservazione i dati disponibili sulla capacità dei sieri delle persone vaccinate con Pfizer, Moderna, e AstraZeneca di bloccare, in laboratorio, l’infezione da parte delle varianti inglese e brasiliana e anche di quella sudafricana, anche se con relativamente minore efficacia. L’unico dato contrastante viene da uno studio postato su internet sulla presunta mancanza di efficacia clinica del vaccino AstraZeneca in Sudafrica. Lo studio, non accora revisionato criticamente e pubblicato, è stato tuttavia sufficiente perché il governo sudafricano blocchi la somministrazione di questo vaccino. Poco male, perché la versatilità di questi vaccini genetici è tale che basta soltanto cambiare la loro sequenza, in questo caso utilizzando quella della variante sudafricana. AstraZeneca ha già iniziato a farlo all’Università di Oxford. —

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