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Dal paziente zero a Gorizia alla prima vittima di Trieste: un anno di Covid in regione

Al caffè con la mascherina, oggi, 28 febbraio a Trieste, a un anno da quando in Fvg è iniziata la pandemia. Foto Francesco Bruni

Il 29 febbraio 2020 il test positivo nell’Isontino che segnò l’inizio della pandemia in Fvg . Dall’emergenza case di riposo alla chiusura delle scuole, le tappe di un incubo che dura ancora 

TRIESTE Quando tutto comincia è un sabato sera, il 29 febbraio, un anno fa. Nel pomeriggio la Regione aveva comunicato che gli studenti sarebbero tornati a scuola il lunedì successivo. Nessun caso di coronavirus, non ancora, e il governo ha inserito il Friuli Venezia Giulia tra le regioni «non sottoposte alle limitazioni più severe». Ma alle 21.23 l’agenzia di stampa di Palazzo informa della positività di un goriziano «a entrambi i tamponi faringei previsti dal protocollo». Spiega che i campioni sono stati inviati all’Istituto superiore di sanità e che il paziente, un cinquantenne che aveva contratto il virus nell’ospedale di Treviso durante la visita a un parente, è stato posto in quarantena. È l’inizio dell’incubo.



Una anomala polmonite in una città della Cina centrale. Una notizia piccola da un mondo lontano, non ci si fa nemmeno troppo caso. Ma il contagio si allarga e qualcuno, di quella polmonite, muore. Sembra un film, ma è tutto vero. L’Italia, in un attimo, diventa epicentro del virus. E scopre che no, non è una nuova influenza, si ritrova con gli ospedali al collasso e comincia a contare le vittime.

Il primo caso

Dal primo caso di quel 29 febbraio a Gorizia a 76.471, l’aggiornamento di ieri pomeriggio. Un pallottoliere senza fine. Il giorno dopo è domenica, 1 marzo, e si contano altri quattro positivi: uno a Trieste, tre a Udine. Sono i primi focolai. Il lunedì, Remanzacco sembra una piccola Vo’, paese padovano ai piedi dei colli Euganei in serrata totale dal 22 febbraio. Succede che la moglie di un assessore del comune tra Udine a Cividale, giorni prima a un convegno di agronomia nell’ateneo friulano, contagia il marito e, a cascata, mezza giunta. Incroci casuali: all’Università c’è un uditore piemontese che, al rientro a casa, ha qualche sintomo, fa il test e lo trova positivo. Accadrà lo stesso a Trieste e a Praga per altri partecipanti al convegno. Il virus rimbalza come una pallina da flipper nelle case, negli uffici, nelle fabbriche.

Massimiliano Fedriga, il presidente della Regione, interviene per limitare spostamenti e rischi. Insiste da subito con Roma per chiudere scuole e università. Incontra le categorie economiche che denunciano i primi, pesanti cali di fatturato. Ma c’è poco fare, l’epidemia è già fuori controllo. E Sergio Bini, assessore alle Attività produttive, una settimana dopo il lancio di una campagna promozionale di fine stagione, sospende il 9 marzo gli impianti sciistici. È l’anticamera del lockdown, che scatta anche in Fvg, il 10 marzo, il primo di 69 giorni di una “fase 1” che entrerà nei libri di storia. Lo chiamano tutti all’inglese il confinamento.

Ci si chiude in casa, si lavora da lì, chi può. Si fa lezione davanti a un computer, si ordina la spesa su internet, ci si fa portare la pizza. Si accende la tv alle 18, c’è la conferenza stampa della Protezione civile. Non si parla più di calcio o del tempo, ma di tamponi e quarantena. Di dispositivi di protezione individuale e di distanziamento interpersonale (che la burocrazia precisa andare calcolato, a scuola, «fra le rime buccali»). Di faq e test sierologico. Verrà anche il coprifuoco.

Le parole della pandemia entrano nel linguaggio comune di un’epoca da “nulla sarà come prima” tra mascherine, guanti, liquido igienizzante sulle mani, abbracci e baci negati. E si stampa e si compila l’autocertificazione: un modulo che serve a spiegare perché si esce di casa visto che lo si può fare solo per andare al lavoro, a comprare il pane e il giornale, dal medico o in farmacia. La Regione fissa ulteriori restrizioni. Vieta pure la passeggiata e l’attività sportiva. Perché il virus infetta sempre più, colpisce soprattutto i più fragili: gli ospiti delle case di riposo.

Il primo decesso

Il 6 marzo una ottantasettenne assistita a “Casa Serena” viene ricoverata a Cattinara, per una perforazione intestinale. Le diagnosticano anche una polmonite interstiziale. La signora muore la mattina dopo, è il primo decesso da Covid-19 in regione. Trieste, giorno dopo giorno, dice addio ai suoi nonni.

A un certo punto, per curarli, li si vorrebbe isolare in una nave, la Gnv Allegra. Almeno così pare sicuro il 5 maggio, quando il vicepresidente Riccardo Riccardi, in trincea per un anno filato, comunica che il governo «ha confermato il proprio sostegno al ricorso alla nave, che sarà utilizzata come struttura sanitaria per garantire cura e assistenza agli anziani positivi». Ma la nave non arriverà. Rimarrà solo oggetto di polemiche politiche. Di una politica che si impegna a non litigare, ma non sempre si riesce. In quel drammatico mese di marzo, il Consiglio regionale aveva tra l’altro dovuto chiudere tutto perché Igor Gabrovec, eletto della minoranza slovena, si presenta in aula con la febbre e si scopre positivo. Succederà a tanti.

Il bollettino di giornata è un elenco amarissimo. Ci sono i positivi, i ricoveri di persone che i parenti non possono nemmeno vedere, i morti che si fatica perfino a salutare al funerale. Il 25 marzo il dato più alto della prima ondata: 147 infezioni. Il 29 marzo il picco degli ospedalizzati: 236 nei reparti delle malattie infettive, altre 61 nelle terapie intensive. Il 20 aprile, una settimana dopo Pasqua, si registrano 14 vittime. Sono numeri piccoli rispetto a quello che accadrà tra novembre e gennaio 2021, una lunga seconda ondata che non si è mai spenta, quando i casi sulle 24 ore supereranno in alcuni giorni quota mille, i ricoveri saliranno oltre 700 e si piangeranno 2mila persone in tre mesi.

La fine del lockdown

La fine del lockdown è il 18 maggio. Si riparte, faticosamente. L’estate passa in fretta. A giugno c’è un positivo al giorno, nulla più. Si va in spiaggia, a cena al ristorante, in vacanza. La ferita è stata lacerante, ma la vita ricomincia. Probabilmente ci si adagia un po’. Si potrebbe preparare meglio il ritorno a scuola – è un problema nazionale – e invece, proprio nelle settimane successive, la curva risale.

Il rialzo autunnale dei contagi

All’alba dell’autunno i casi totali raddoppiano in due settimane e mezza. Il 5 novembre i ragazzi delle superiori ricominciano a fare lezione a distanza. E si entra nel sistema a colori. Il Fvg parte in giallo, diventa arancione per tre settimane, rivede il giallo il 6 dicembre. Un balletto che serve a graduare i provvedimenti anti-Covid a seconda della diffusione del contagio. Con inevitabile disagio per operatori economici, a partire da baristi e ristoratori che vivono nell’assoluta incertezza. La speranza è il vaccino.

A Palmanova, il 27 dicembre, Fedriga saluta «una giornata storica»: il battesimo della campagna con Ariella Breda, la dottoressa che individuò il primo caso in regione. Ma non è, neanche stavolta, tutto in discesa. Anzi, le dosi non arrivano come promesso e l’operazione non decolla. Si vaccinano il personale sanitario, anziani e operatori delle case di riposo, ma è un gennaio in cui il virus corre. Al punto che il presidente preferisce rinviare il rientro in classe nelle superiori (scontrandosi, pure al Tar, con alcuni genitori che denunciano i danni per la salute psico-fisica dei giovani). A febbraio i contagi calano, la scuola riapre, ma di sciare non se ne parla. Roma ribadisce lo stop agli impianti, ed è un altro disastro economico. A un anno da quando tutto è cominciato, si vive alla giornata. Nell’attesa di un Dpcm che non potrà restituire la libertà. —


 

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