Ingresso illegale di immigrati per lavoro a Monfalcone. I difensori: «Tanti anni di lavoro e non c’è stato lucro»

La sede del Tribunale di Gorizia

MONFALCONE Tredici anni fa i fatti perseguiti penalmente dalla Procura, ma su quanto fosse accaduto a Monfalcone è scesa la prescrizione. All’epoca l’inchiesta condotta dalla Mobile di Gorizia che aveva concentrato in particolare l’attenzione sul ruolo del bengalese Mohammad Hossain Mukter, conosciuto come “Mark”, ritenuto colui che “mediava” tra gli imprenditori alla ricerca di lavoratori nello sfruttare le quote immigratorie, aveva avuto impatto sulla città, all’insegna dell’entrata clandestina in Italia di extracomunitari e con il “ritorno” in termini di profitto. Anni di lavoro, la pubblica accusa a portare avanti l’onere della prova e la difesa a pretenderne riscontri oggettivi. Le parti attendono le motivazioni alla sentenza.

Prescrizione dunque escludendo l’aggravante di “al fine di trarne profitto”. Con l’avvocato Alberto Tarlao ad argomentare: «Speravamo in un proscioglimento considerato che non vi era alcun elemento che facesse ritenere profili di responsabilità per Safet Catic e Zelico Maejak. Sono comunque soddisfatto per le dichiarazioni di prescrizione, derivanti dall’accoglimento della tesi per la quale andava esclusa in ogni caso l’aggravante di “al fine di trarne profitto”. Per quanto mi riguarda, la circostanza ipotizzata secondo cui l’assunzione di lavoratori stranieri avesse comportato meno oneri per i datori di lavoro, anche sottopagandoli o licenziarli facilmente, è stata esclusa nel corso del processo e quindi è stato escluso che ci fosse alcun profitto». L’avvocato Federico Cechet esprime soddisfazione: «Anche il Tribunale ha riconosciuto e ha capito che Mohammad Hossain Mukter non è stato mosso da fini di profitto personale che infatti non sono stati riconosciuti. Per il merito, dobbiamo leggere le motivazioni». Quanto ai tempi lunghi del processo osserva: «Non sono in alcun modo addebitabili alle difese, è stato un procedimento complesso e forse doveva essere gestito in modo diverso, anche dalla Procura». E ancora, l’avvocato Elisabetta Brazzale: «Attendo le motivazioni alla sentenza, ma fin d’ora rilevo come il Tribunale, avendo escluso il fine di lucro, abbia comunque ridimensionato la condotta contestata al mio assistito Ferrigno». L’avvocato Michele Calligaris aggiunge: «Avevo chiesto l’assoluzione perché Jahangir Islam è stato inserito a processo in modo immotivato. Ci prendiamo questa sentenza che soddisfa per l’esito non negativo, ma lascia un po’di amaro per il lavoro sostenuto in questi anni». L’avvocato Elena de Luca dice: «Il nome di Masone Miah non è mai comparso nel processo, nessun teste dell’accusa lo ha mai menzionato. Abbiamo dimostrato che tutte le persone menzionate nel capo di imputazione e rano suoi parenti e alcuni di loro hanno lavorato per un’azienda anche per anni, finché la stessa non è stata messa in liquidazione. Ci saremmo aspettati una sentenza di assoluzione, tenuto anche conto dei danni che la prescrizione crea al mio assistito per la richiesta di cittadinanza». Nell’attendere le motivazioni l’avvocato Massimo Bruno dichiara: «Nel caso di Silva Matas, la richiesta difensiva era di assoluzione piena. Ogni valutazione verrà fatta dopo il deposito della sentenza. È stato un processo lungo e complicato e la pronuncia di prescrizione, anche se in astratto garantisce l’imputato e non lo pregiudica, non soddisfa pienamente». L’avvocato Dimitri Tomasin commenta: «Anche se il procedimento si è concluso con una pronuncia di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, senza scendere nel merito in ordine alla responsabilità o meno degli imputati, occorre dire che tale pronuncia dipende dal fatto che il Tribunale ha escluso per ognuno di essi l’aggravante dell’aver commesso i fatti in tre o più persone in concorso, e dunque dell’associazione/organizzazione finalizzata a favorire l’immigrazione clandestina ipotizzata in imputazione, riportando i fatti alla loro effettiva dimensione».—

 

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