La crisi senza fine del commercio: da Godina a Marchi Gomma fino a Rigutti, ecco come Trieste ha perso 413 negozi in 8 anni

Godina, Rigutti, Gaggi, Masè, Marchi Gomma e Smolars: sono alcuni dei punti vendita storici chiusi a Trieste in questi ultimi anni

Marchi Gomma, Godina, Smolars, Gaggi, i punti vendita Masè, Il Quadro e per ultimi ora anche Rigutti o Rè Artu sono solo la punta dell’iceberg della lenta emorragia che inesorabile sta decimando il commercio triestino. La lista delle insegne, anche storiche, che negli ultimi anni si sono spente tanto in centro quanto in periferia lascia di stucco, e trova riscontro nei dati dell’istituto Tagliacarne elaborati da Confcommercio. Stagnazione dei consumi, e-commerce e calo demografico tra le cause. (Approfondimento a cura di Laura Tonero; speciale web a cura di Elisa Lenarduzzi)

TRIESTE Marchi Gomma, Godina, Smolars, Gaggi, i punti vendita Masè, Il Quadro e per ultimi ora anche Rigutti o Rè Artu sono solo la punta dell’iceberg della lenta emorragia che inesorabile sta decimando il commercio triestino. La lista delle insegne, anche storiche, che negli ultimi anni si sono spente tanto in centro quanto in periferia lascia di stucco, e trova riscontro nei dati dell’istituto Tagliacarne elaborati da Confcommercio.

I dati allarmanti

L’analisi evidenzia come dal 2012 al 2020 il commercio al dettaglio nella provincia di Trieste abbia assisto alla scomparsa di addirittura 413 punti vendita, passati da 1.887 a 1.474, con un decremento più marcato nei rioni e nelle periferie (-356) rispetto al centro storico (-57). Stagnazione dei consumi, e-commerce, calo demografico e grande distribuzione sono, secondo il presidente di Confcommercio Trieste Antonio Paoletti, le principali cause di questa situazione.

Made with Flourish

«A soffrire – spiega il presidente - sono stati soprattutto alcuni segmenti del settore, in primis i punti vendita specializzati di merci varie, passati da 710 a 527 (-183) e quelli di articoli culturali o ricreativi che hanno assistito a una riduzione di 74 unità (da 222 a 148)». Calo anche per il commercio di alimenti e bevande, con 23 punti vendita in meno (da 246 a 223) e per i negozi specializzati in articoli ad uso domestico, scesi da 223 a 165 (-53). Il comparto alberghiero, sempre dal 2012 al 2020, grazie alla vocazione turistica della città è passato da 70 a 116 unità produttive. In lieve flessione bar e ristoranti (da 1.041 a 1.027), con nuove aperture concentrate in centro a fronte però di molte chiusure nelle periferie.

Tabacchi e ambulanti

La vicinanza con la Slovenia ha inciso sulla densità di rivendite di tabacchi, passate da 84 a 66, e le stazioni di servizio di carburanti che hanno perso dieci impianti (da 28 a 18).

Bilancio pesante per il commercio ambulante, che conta 42 imprese in meno (da 137 a 95), e un’emorragia da ascrivere soprattutto alla scomparsa di chi opera nei mercati rionali (da 136 a 93). «Vi sono macro-dinamiche – rileva Paoletti – che obbediscono ai nuovi strumenti di mercato, a mutate abitudini ed esigenze della clientela. Questo tuttavia non significa che non si possa agire a difesa di quelle attività di vicinato».

Trieste, in coda dallo storico Rigutti per l'ultimo acquisto prima della chiusura

Per tutelarle, secondo Confcommercio, servono azioni che ne incrementino competitività e innovazione, e il varo di piani urbanistici che le supportino. «Solo operando in tal senso – indica Paoletti – si può sperare che la gente “compri sotto casa” e a Trieste».

Le realtà storiche scomparse

«Molte realtà commerciali fanno parte dell’identità di Trieste – osserva Annalisa Godina, che con la sua famiglia ha gestito per quasi 70 anni il negozio di via Carducci che ancor oggi i triestini rimpiangono – e non se ne vanno nell’indifferenza: la gente ne sente la mancanza, conserva ricordi. Sarebbe bene che le istituzioni pensassero a come salvaguardare queste realtà prima che chiudano per sempre».

Ha resistito fino al 2016, per ben 92 anni, anche il negozio di via Roma Gaggi: «Ricordiamoci che il commercio, in tutti i sensi, illumina la citta – sostiene Paola Gaggi – e per mantenere accese quelle luci servono aiuti, serve fare sistema, e servono reti di salvataggio che risollevino le aziende, soprattutto storiche, prima che sia tropo tardi».

«La nostra azienda aveva 103 anni. Noi abbiamo contribuito a scrivere la storia del commercio triestino, non solo di quello al dettaglio, e mi fa un’enorme tristezza quando penso che la nostra amata azienda non ci sia più». Vanna Marchi ripercorre gli anni d’oro della Marchi Gomma, la società che ha gestito un vero impero con i suoi punti vendita in via della Zonta.

Una storia, quella della Marchi Gomma, iniziata nel 1912, quando Mario Marchi fonda a Parma l’omonima ditta dedicata alla realizzazione di pneumatici. Nel 1928 Mario trasferisce l’attività nella sede di via della Zonta a Trieste e inizia a proporre anche l’olio Radiol e la benzina. Dopo la guerra avvia l’importazione di materie plastiche. Un’intuizione geniale, rivoluzionaria per il mercato di allora, che riesce a cambiare le abitudini dei triestini. Così nelle case iniziano a fare capolino i piatti di plastica, le tovaglie in materiale gommato e una miriade di oggetti che entreranno a far parte del vivere quotidiano.

Basti pensare che nei tre negozi di via della Zonta trovavano spazio 36 mila articoli. Leggendari i reparti allestiti per Natale, Pasqua e Carnevale, e quelli per gli articoli da mare. Negli anni l’ampia concorrenza fatta di piccoli commercianti, grande distribuzione e, da ultimo, anche dai cinesi nel 2015 ha convinto i Marchi ad alzare bandiera bianca.—  

I negozi di quartiere

Un alimentari con annessi tabacchino e punto vendita di giornali, un bar, un ortofrutta, un parrucchiere: tutto chiuso in meno di dieci anni. E da negozi di prossimità, in alcuni casi, questi ex fori commerciali sono diventati dei garage. Va così in via Tigor, un tempo uno dei piccoli cuori pulsanti del rione di San Vito, non lontano dal centro. È uno dei quartieri che soffrono la nota crisi dei consumi, aggravata dalla grande distribuzione. Da San Vito a San Luigi sono sempre di più le serrande abbassate. Ma c'è anche chi resiste, come Giusi Grisafi, la titolare del bar Hic Habitat Felicitas.

Un punto di riferimento per i residenti ma non solo, dato che ci sono clienti che attraversano la città pur di bersi il suo caffè. «Non ho intenzione di chiudere, per ora», racconta: «Il mio obiettivo è resistere, ma non so come. Per fortuna ho comunque alcune persone che cercano di sostenermi. Dei clienti, ad esempio, nonostante lavorino da casa, vengono a prendere il caffè da me lo stesso».  

© RIPRODUZIONE RISERVATA