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Spostamenti tra le regioni, visite a casa di amici, nuovi parametri: ecco le novità del decreto Covid

Verso un nuovo rinvio dell’apertura di cinema e palestre. Per i tecnici è troppo rischioso. Ecco il primo decreto del governo Draghi

ROMA Un indizio non fa una prova. Ma il primo decreto Covid approvato ieri dal governo Draghi fa comunque pendere l’ago della bilancia verso la linea rigorista. Perché non solo viene reiterato fino al 27 marzo il divieto di spostamento anche dalle regioni gialle. Ma il dl ha anche vietato gli spostamenti fino al massimo di due persone verso casa di parenti e amici nelle zone rosse, una possibilità che era stata da molti interpretata finora come un vero liberi tutti.

Il momento della verità arriverà però a breve, probabilmente nel week end, quando bisognerà varare il Dpcm in scadenza il 5 marzo, che contiene non solo il coprifuoco alle 22, ma anche le chiusure di cinema, teatri, palestre, piscine, oltre che bar e ristoranti la sera. Tutte attività che Salvini e le regioni a trazione leghista vorrebbero riaprire.

Sia pure applicando rigorosi protocolli di sicurezza. Ma i primi contatti del Cts con gli uomini di Draghi a Palazzo Chigi sono serviti per mettere almeno su questo un punto fermo: con le varianti che minacciano una terza ondata, riaprire quelle attività, considerate dagli scienziati a più alto rischio, sarebbe un suicidio. Così come è da rispedire al mittente per gli esperti la proposta delle regioni di dare meno peso all’Rt e maggior rilievo ai ricoveri.

«Ma l’Rt misurando la contagiosità è il primo indicatore a muoversi e a dare l’allarme, prima che inizino poi a salire contagi, ricoverati e morti», spiegano gli esperti agli uomini del premier. Casomai, è il ragionamento che si fa nel Cts in procinto di essere assottigliato, quelli che si potrebbero modificare, ma in senso restrittivo, sono i parametri che decretano l’accesso nelle fasce di colore.

Ad esempio in arancione si andrebbe con un Rt a 0,9 e non a 1 com’è oggi e in fascia rossa potrebbe bastare meno dell’1,25 che ora fa scattare il lockdown. Il problema, stanno cercando di far capire i tecnici, è che, non potendo dall’oggi al domani centuplicare i sequenziamenti che permettono di individuare subito le varianti, l’unico modo di chiudere la stalla prima che i buoi siano scappati è cogliere per tempo i segnali che vengono dall’indice di contagiosità, visto che con le varianti la trasmissione del virus viaggia il 39% più veloce. Anche l’idea di far passare una settimana dal monitoraggio alle ordinanze che decretano il cambio di fascia non convince né il Cts né Speranza, i quali sanno bene che in sette giorni la curva può salire rapidamente. M

entre per farla riscendere servono poi chiusure più prolungate nel tempo. Insomma non si farebbe un favore agli operatori economici. Ai quali sono tutti d’accordo che si accordino automaticamente ristori prestabiliti, senza attendere l’emanazione di decreti che magari non tengono conto delle serrate a livello locale.

Oramai nemmeno più tanto chirurgiche. Dopo che di rosso si erano chiuse già le intere provincie di Perugia, Chieti e Pescara, il Cts sta per dare il via libera al lockdown anche in quella di Brescia. In Emilia Romagna Bonaccini è pronto a fare altrettanto nei comuni della fascia appenninica, mentre Toti sta per dipingere di rosso Ventimiglia e Sanremo. In realtà, buona parte dei componenti del Cts le chiusure – sia pure non così drastiche – per due, tre settimane le farebbero in tutta Italia. Ma dopo il niet delle regioni, si punta ora a chiudere per un po’ almeno asili ed elementari, dove le varianti sembrano diffondersi rapidamente tra i piccoli non vaccinabili, che poi le trasmettono agli adulti. Su questo convergono oramai anche gli esperti sulla scuola fino ad oggi “aperturisti”.

Ma la decisione, come le altre del resto, è squisitamente politica. Più delle chiusure potrebbero però i vaccini. Produrli per conto terzi in Italia bypassando i brevetti richiederà tra i 4 e i 6 mesi, fanno sapere gli industriali della pillola. Per accelerare il passo, allora, il ministero della Salute si appresta ad emanare una circolare che darà una volta per tutte il via libera all’utilizzo del vaccino di AstraZeneca anche per la fascia 55-65 di anni, purché senza patologie di una certa importanza. Ma il ministero, fa sapere il direttore della prevenzione Gianni Rezza, autorizzerà anche maggiore flessibilità nell’applicazione del piano vaccinale: «Se tra i più anziani le adesioni vanno a rilento si procede comunque con quelli più giovani; se andare a pescare i malati cronici fa rallentare le operazioni, avanti tutta per fasce di età» è il ragionamento. Che è poi il “metodo Israele”. Dove metà della popolazione immunizzata lo è già. –

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