Contenuto riservato agli abbonati

Se tutti sono virologi: il paradosso italiano

Se vi chiedessero quale propellente usare per mandare un razzo sulla Marte con ogni probabilità rispondereste che non lo sapete e di rivolgersi a un ingegnere aeronautico. Difficile allora capire perché oggi in Italia sono tutti esperti di Covid. 

TRIESTE Se vi chiedessero quale propellente usare per mandare un razzo sulla Marte con ogni probabilità rispondereste che non lo sapete e di rivolgersi a un ingegnere aeronautico. Difficile allora capire perché oggi in Italia sono tutti esperti di Covid. Epidemiologi, infettivologi, rianimatori, biologi, e persino fisici e matematici che, invece che stare giorno e notte in laboratorio a fare ricerca sul virus, sono di continuo alla televisione a spiegare come questo funziona, cosa sono le varianti, qual è il meccanismo delle vaccinazioni. Inoltrandosi in territori inesplorati per cultura e quindi innescando contraddizioni, polemiche e confusione nell’ignaro cittadino che dalla scienza pretende certezze (giustamente).

Questa babele purtroppo è il frutto di un annoso problema nel nostro paese, quello del basso livello della ricerca, in particolare in virologia e nelle scienze di base, di fatto frutto della carenza cronica di investimenti in questi settori. Le ultime classifiche dell’Annuario di Scienza e Tecnologia 2021 di Observa sono impietose. L’Italia è al 29.o posto al mondo per investimento scientifico, di gran lunga inferiore alla media europea e dietro anche a Slovenia e Ungheria. E di conseguenza non siamo per nulla attrattivi: meno dell’1% dei professori delle nostre università sono stranieri. Continuiamo a vantarci del genio italiano e della nostra capacità inventiva (vera), ma questa è il più delle volte da parte di italiani che sono dovuti andare all’estero.


Declinata in chiave di pandemia, questa situazione non poteva che rendere apparente il disagio. Un esempio per tutti: si continua a parlare di “varianti” del virus senza capire cosa queste significhino e giustificando con le varianti qualsiasi decisione. Il virus in realtà ha continuato a cambiare dall’inizio dell’epidemia, ma l’impatto di queste variazioni è basso: se l’indice di infettività è 1 diventa 1,4. Per paragone, l’indice di infettività del morbillo è 17. Il Regno Unito ha scoperto la “variante inglese” semplicemente perché da settembre scorso sequenzia 50 campioni positivi su 1000 e li deposita nelle banche dati internazionali in circa 20 giorni. L’Italia solo oggi sequenzia 1,3 campioni su 1000 e li deposita in 2 mesi. La variante “inglese” non è sinonimo di pericolosità, ma semplicemente un’indicazione di chi si è accorto per primo che esistesse. Varianti del virus circolavano da tempo anche da noi.

Una seconda componente del problema discende strettamente dalla prima. Se sono pochi i laboratori di ricerca e con scarsa visibilità internazionale, ancora minore è la cultura scientifica di chi governa e pianifica. Tanto di cappello ai medici impegnati in prima linea negli ospedali: abbiamo affrontato la malattia senza dover invidiare nulla a nessuno. Ma a livello paese non siamo stati capaci di sperimentare in maniera scientifica i farmaci nei momenti caldi: ciascun reparto di rianimazione, pneumologia o infettivologia faceva a suo modo, senza una regia nazionale. Altri paesi hanno saputo rapidamente allestire trial clinici controllati: sono stati questi che ci hanno portato il cortisone, i vaccini, i primi anticorpi monoclonali. E, ancora più grave, da noi la confusione continua a regnare sovrana su aperture e chiusure, zone colorate e divieti. Senza peraltro che sia passato l’unico messaggio che ha un senso: quello del distanziamento e dell’uso della mascherina se il distanziamento non è proprio possibile. D’altra parte, per riallacciarci a quanto sopra, nel Comitato Tecnico Scientifico che consiglia il Ministero della Sanità su Covid-19 non siede nessuno che abbia competenze specifiche di virologia e diagnostica molecolare e nessuno che abbia pubblicato a livello alto internazionale in questi settori, nemmeno durante tutto l’ultimo anno. I comitati scientifici di altri Paesi hanno fior di esperti che hanno fatto e continuano a fare ricerca in prima linea contro il coronavirus.

Si scrive spesso che, vista la situazione, i cosiddetti “esperti “che parlano di continuo farebbero meglio a stare zitti. Niente di più vero. Ma che dire allora dei giornalisti che continuano a intervistarli? Continuando impunemente a chiamare i vaccini “sieri” o “antidoti” o “farmaci”. In letteratura, sarebbe come dire che Leopardi ha scritto I promessi sposi e Dante l’Infinito. E poi coltivando una delle peggiori abitudini del giornalismo, quella di correre dietro all’aneddoto invece che alla statistica dei dati. Sembra che non ci possa essere un servizio televisivo o un articolo senza che questo non parta da uno spunto aneddotico di una persona o di un episodio, anche a discapito del fatto che questo sia rappresentativo di una realtà generale. Un esempio, tra i tanti: abbiamo osannato per mesi chi faceva trasfusione di plasma di pazienti guariti per curare la malattia. Vi siete mai chiesti perché non se ne parli più? Semplicemente perché una sperimentazione controllata ha dimostrato che non funziona affatto. Ma la sperimentazione è stata fatta altrove, non da noi.

Conclusione: auguriamoci che gli “esperti” facciano più ricerca e meno chiacchiere e che i giornalisti imparino le regole della scienza. E anche che i politici seguano quanto Draghi ha ripetuto più volte nel suo discorso inaugurale, ovvero che sostenere la ricerca è un vero strumento di progresso —

© RIPRODUZIONE RISERVATA.


 

Pancake di ceci con robiola e rucola

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi