Accusati di assenteismo, assolti dopo 10 anni di processo: «Mi si è distrutto il fegato. Sono stato punito perché lavoravo troppo»

Palazzo Economo, sede della Soprintendenza

La testimonianza di uno degli ex imputati a Trieste: «Una situazione che umilia e lascia angosciati. Adesso finalmente si potrà ricominciare a dare un senso alla propria autostima» 

TRIESTE Dieci anni, tra inchiesta e processo. Dieci anni «in cui il mio fegato si è distrutto, non so quali altri termini usare». E «finalmente oggi si è chiusa questa storia che mi ha tenuto sulla corda in attesa delle decisioni di altri. Oggi è stata fatta giustizia».

Il 22 febbraio se lo ricorderanno come la data della liberazione, i 34 presunti assenteisti della Soprintendenza. Il tribunale li ha assolti tutti. È il giorno in cui, dopo le chiamate a colleghi, amici e parenti, si ricomincia innanzitutto a «ridare un senso alla propria autostima».

Due dei 34, chiedendo l’anonimato, hanno accettato di raccontare al Piccolo ciò che hanno provato nel restare per dieci anni sotto la lente della magistratura, vivendo questa vicenda «come un’ingiustizia e venendo così umiliati» prima di una assoluzione sentita come catarsi e «riscatto». «Mi sono sentito bistrattato, non considerato dall’amministrazione, che non si è assunta la responsabilità – afferma un dipendente del Ministero -: in realtà la maggioranza delle uscite è avvenuta al termine delle ore di straordinario lavorate, erano uscite di un minuto e mezzo, il tempo di una sigaretta. O a volte occorreva per esempio recuperare la memoria di un pc che si era bruciata». La magistratura ha fatto il suo corso, dice uno dei due, «anche se ci ha lasciato abbastanza angosciati, soprattutto per me che ho vissuto l’ambiente come del tutto nuovo: ma grazie all’amico Gabrio Laurini, il mio avvocato, ne sono venuto fuori. Lo ringrazio, siamo stati amici di scuola e appassionati di moto, a lui avevo subito chiesto un consiglio: è riuscito a portare a termine il suo operato, come gli altri avvocati, grazie a un difficile ma giusto equilibrio d’intervento».

L’inizio è stato difficile. «Ero molto nervoso, sentivo forte il rifiuto nei confronti del lavoro, poi mi sono acquietato». «Ciò che mi dispiace – prosegue uno dei due ex imputati – è che è stata sprecata tanta energia per questo processo, quando ci sono cose più grosse che non vengono risolte. Dieci anni: sono convinto che il nostro processo sia andato spesso in coda ad altre cose che avevano prelazione. Poi cambi, pensionamenti, sostituzioni hanno portato spesso a una rilettura da capo di tutto il problema».

«La situazione, comunque – dice uno dei due professionisti – è stata molto dura: io uscivo per lavoro e tutti quelli che mi conoscevano lo sapevano. Per lavori e per urgenza, come succede ora, da libero professionista. All’epoca, per me era abbastanza normale essere sempre di corsa o magari uscire un attimo sotto l’ufficio per firmare una carta. Sono stato anche filmato in un’occasione del genere. Fortunatamente avevo memorie e resoconti e ho potuto ricostruire anche questi piccoli fatti. Insomma, sono stato punito perché lavoravo troppo, io che ero stato anche individuato tra i venti migliori professionisti nel mio ambito dei Beni culturali».

Ed eccoci al 22 febbraio 2021. «Se mi aspetto delle scuse? No, chi mi seguiva sapeva benissimo dove andavo e io ormai ho superato il trauma, l’ho digerito lentamente in dieci anni - afferma uno dei due -. A partire da quando ho iniziato a preparare le carte, accanto al mio avvocato Andrea Frassini. Anche se sono caduto dalle nuvole cinque anni fa, quando è arrivato il rinvio a giudizio». In questa esperienza negativa comunque c'è qualcosa di positivo: «La conoscenza proficua, da un punto di vista intellettuale, di alcune persone della magistratura». —


 

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