Contenuto riservato agli abbonati

Caporalato, scarcerati dopo 7 giorni i tre capocantieri

Lo stabilimento Fincantieri a Panzano (Foto Bonaventura)

L’inchiesta di Panzano: arresti domiciliari a Castellammare per i fratelli Carolei e a Ronchi per Scognamillo

MONFALCONE. A una settimana esatta di distanza dall’arresto all’alba condotto dai carabinieri, su esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Gorizia Carlo Isidoro Colombo, i tre dipendenti della Pad Carpenterie srl, finita al centro dell’operazione “Cash back”, sono stati, nella tarda mattina di lunedì 22 febbraio, scarcerati.

Disposti, sempre dallo stesso giudice per le indagini preliminari, i domiciliari a Castellammare di Stabia per i due fratelli Orlando e Paolo Carolei, l’uno capocantiere, l’altro operaio, e per Luigi Scognamillo, invece residente a Ronchi dei Legionari.

Tutti e tre, che mercoledì scorso si erano avvalsi della facoltà di non rispondere all’interrogatorio di garanzia, sono assistiti dagli avvocati Riccardo e Antonio Cattarini.

Il prossimo passo, per lo studio legale, sarà «impugnare al Tribunale del Riesame il decreto di sequestro preventivo del denaro» in giacenza sui conti correnti degli assistiti e dei beni “congelati” dai militari nel corso delle perquisizioni condotte due lunedì fa, per un importo complessivo di 31.500 euro.

La Procura, che con il sostituto Ilaria Iozzi ha aperto il fascicolo e ritiene i tre «responsabili dei reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, estorsione e somministrazione fraudolenta di manodopera, commessi a Monfalcone e a Falconara Marittima, in provincia di Ancona, a partire dal 2020», ritiene quel denaro «risultanza delle somme illecitamente sottratte alle parti offese».

Cioè operai della ditta («certamente superiore a 16 il numero delle vittime»), cui, stando alle indagini, veniva chiesto, attraverso due altri indagati di origine bengalese, di «restituire mensilmente parte dei soldi percepiti in busta paga, formalmente corretta».

Una somma oscillante tra il 10 e il 15% di quanto percepito dai lavorati, spesso extracomunitari. «Tutto da dimostrare», invece, per gli avvocati Cattarini che quella cifra sia provento di una presunta attività illecita. «Stiamo in realtà parlando – precisano – di 15 mila euro, entità frutto di risparmi, una somma peraltro alla portata di qualsiasi famiglia, e di un’auto in leasing per la quale uno degli indagati sta ancora versando le rate».

Un suv della Volkswagen, modello Tiguan.

«Per essere legittimo – chiarisce l’avvocato Antonio Cattarini – il sequestro dei beni deve essere in diretta correlazione con il reato. Cioè l’accusa deve dimostrare che la somma provenga da attività illecita. Ma se io, per esempio, rubo, non vado mica a mettere i soldi sottratti nel mio conto corrente. Chi lo fa, sarebbe il delinquente più sprovveduto al mondo». «Mentre qui – termina –, ed è un dato di fatto, in nessun conto nelle disponibilità degli assistiti si sono trovate grosse somme».

Quanto alla misura disposta, meno afflittiva, degli arresti domiciliari Cattarini senior afferma: «Con queste scarcerazioni direi che la faccenda si sia notevolmente sgonfiata. Siamo grati al giudice per la celerità con cui ha assunto le sue decisioni». Seguirà la disamina delle carte (si parla di un fascicolo di 3 mila pagine), una volta ottenuti tutti gli atti, e l’intenzione di «portare avanti e far valere le nostre tesi, che non collimano con quelle della Procura».

L’ultimo colpo di coda dell’inchiesta sabato, quando i carabinieri avevano reso noto di altre quattro persone finite iscritte nel registro degli indagati (oltre ai cinque uomini di cui si era informato lunedì 15). Tutte con mansione di segretaria e già sentite dai militari, tre di Falconara e una di Monfalcone. Per le quattro donne, ritenute responsabili d’aver «materialmente predisposto elenchi e buste paga», la pm ha ipotizzato il favoreggiamento. Negato però dall’avvocato dell’azienda Giuseppe Spedicato, che assiste anche il titolare della ditta, pure indagato: «Si sono limitate a svolgere quanto richiesto».

E ancora: «Sui rapporti interni tra i bengalesi erano tutti all’oscuro».

Sempre due lunedì fa, negli uffici della Pad a Panzano, erano stati sequestrati documenti. Fogli excel: stando ai militari gli elenchi del personale assunto dalla ditta su cui «era stata riportata la contabilità parallela», che «indicava i pagamenti spettanti, quelli decurtati, con evidenziate le differenze da recuperare per ciascun dipendente».

Inoltre a casa di uno dei due indagati bengalesi erano state sequestrate fotocopie di documenti e buste paga di connazionali assunti dalla Pad Carpenterie. Secondo gli inquirenti era lui a «reclutare nel paese d’origine gli operai da far arrivare in Italia che, grazie al regolare contratto di lavoro, riuscivano a regolarizzare la posizione sul territorio nazionale». Versando però, sempre per la Procura, l’“una tantum” di «mille euro».

Pancake di ceci con robiola e rucola

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi