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La badante bloccata a Trieste dalla pandemia: «Da un anno non posso tornare a casa, ai figli invio cibo e abiti»

Una badante in una foto di repertorio

I racconti delle donne straniere che tengono i contatti con le famiglie attraverso le telefonate e i pacchi spediti con un corriere moldavo

TRIESTE «Ehi, ciao, come stai?». Camilla (nome di fantasia), badante moldava di 59 anni, parla in vivavoce al telefono, mantiene gli occhi scuri fissi sul display del cellulare. All’altro capo dello schermo, un uomo risponde al saluto agitando la mano, poco dopo abbassa la camera per inquadrare una bambina che rivolge a Camilla un sorriso incuriosito. Si tratta di suo figlio e della sua nipotina, che ha soltanto un paio d’anni. «Io e i miei ragazzi ci sentiamo circa due volte alla settimana su WhatsApp – racconta lei, alla fine di una stringata chiamata con la famiglia-. Per fortuna grazie alla tecnologia stare in contatto è diventato più facile. È come vedersi, o quasi. Così, anche se sono lontana, posso guardare i miei nipotini crescere, presentarmi a loro. E quando l’emergenza sarà finita e tornerò da loro in Moldavia, mi riconosceranno».

L’ultima volta che Camilla è salita su un autobus diretto verso la sua terra d’origine risale a circa un anno e mezzo fa. La trama della crisi sanitaria non si era ancora stretta, non poteva ancora intralciare il flusso scandito dei suoi programmi. «Sono qui dai primi anni del Duemila. Da allora sono sempre riuscita a tornare a casa un paio di volte all’anno, per le vacanze estive. Ma questa pandemia ha stravolto tutti i miei piani», prosegue Camilla che, oltre alle videochat, mantiene vivo il contatto con i suoi cari attraverso i pacchi che spedisce loro circa una volta al mese. Sono scatoloni nei quali vengono stipati cibo, maglioni, materiale scolastico e una serie di altre cose con le quali riempire almeno in parte il vuoto lasciato fra i suoi cari nella terra d’origine.

«È l’unico modo in cui possiamo essere d'aiuto a loro. Il Coronavirus ha reso ancora più difficile la vita là, la situazione è insostenibile e gli stipendi sono troppo bassi. Noi spediamo ciò che serve maggiormente. Cose come scatolette di tonno, barrette di cioccolato. Ma anche pannoloni per i nostri parenti anziani, o vestiti carini per i giovani della famiglia. Noi scattiamo foto alle vetrine dei negozi qui a Trieste e loro ci dicono quello che vogliono».

I dettagli della storia di Camilla appartengono a lei soltanto. Ma nella sua stessa condizione di distanziamento famigliare prolungato si trovano decine e decine di altre collaboratrici domestiche. Donne provenienti dall’Est Europa bloccate dalla pandemia, che tessono le fila dei loro rapporti più cari attraverso pacchi spediti al costo di un euro al chilo. A ritirarli è un corriere moldavo, che tutti i fine settimana si apposta con un furgoncino nello spiazzo davanti all’ex piscina Acquamarina. È in quel preciso punto che il sabato e la domenica mattina, se si ha un po’ di pazienza, si può assistere a un rituale tacito, in cui diverse donne sfilano una dopo l'altra, cariche dei pacchi che vogliono recapitare ai loro amati.

«Quando gli scatoloni che ho mandato arrivano a destinazione, i miei figli mi fanno vedere in diretta i nipoti che scartano i regali – conclude Camilla -. Questa primavera, comunque, spero di essere lì. È importante che io riesca a tornare a casa, perché compio gli anni, faccio cifra tonda. I miei figli mi hanno già avvisata che prepareranno una grande festa per me».

Nonostante in Friuli Venezia Giulia sia stato registrato un aumento delle regolarizzazioni dei lavoratori domestici del 34,4%, sono ancora molte le badanti che lavorano in nero. E proprio la precarietà è stato un fattore decisivo nel convincere moltissime donne a non avventurarsi in un viaggio di ritorno, anche nei mesi in cui l’emergenza sembrava aver concesso una tregua.

Le irregolari, infatti, temono di ritrovarsi disoccupate se si concedessero qualche giorno lontano dall’Italia. «A qualcuna è successo questo. Di essere licenziate senza alcun preavviso e mandate via dalla casa in cui abitavamo e lavoravamo. Così, tutte noi preferiamo aspettare momenti migliori per viaggiare», racconta Sofia, anche lei arrivata qui a inizio anni Duemila.

«Sento la mancanza dei miei figli. Ma sento ancora di più la mancanza dei miei nipoti. Perché loro crescono e io non li vedo. Ma vado avanti lo stesso, anche se non so per quanto ce la farò, mi sento stanca. Sono arrivata qui che avevo 48 anni. Adesso ne ho più di 60».—

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