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L’Est Europa scommette sull’energia nucleare da Budapest a Varsavia

Mentre l’Occidente riduce la dipendenza dall’atomo, i Paesi orientali rafforzano gli investimenti. E in Bulgaria sono in arrivo i reattori Usa di ultima generazione

TRIESTE La Germania ha deciso di completare il suo “phase out” entro il 2022, il Belgio progetta di fare il gran passo qualche tempo dopo, mentre il Regno Unito dimezzerà le capacità di produzione di energia nucleare nel 2025, con Svizzera e Spagna che dovrebbero seguire a ruota nel prossimo decennio. Ma se l’Europa occidentale - Francia esclusa - appare pronta a dire addio o almeno arrivederci all’atomo, nell’Europa centro-orientale il quadro appare ben diverso. L’Est del Vecchio continente, dalla Slovenia alla Bulgaria arrivando a Romania, Ungheria, Polonia e Cechia, continua o comincia a guardare all’energia nucleare con fiducia e potrebbe vivere nei prossimi decenni un vero e proprio “rinascimento” dell’atomo.



Lo confermano, fra tutte, le evoluzioni più recenti in Bulgaria, che già oggi ricava circa il 38% della sua elettricità dall’atomo (dati Iaea). Lo fa con due vecchi reattori di produzione sovietica, realizzati a fine Anni ’80 per l’impianto di Kozloduy, mentre Sofia ha rilanciato l’anno scorso il complesso e controverso progetto di una nuova centrale nucleare a Belene. Kozloduy potrebbe in futuro ospitare reattori di nuova generazione, non più quelli obsoleti “made in Urss”. Sono gli “small modular reactor” (Smr) dell’americana NuScale Power, azienda che ha firmato un memorandum d’intesa con l’amministrazione della centrale proprio in vista di un possibile impiego degli Smr a Kozloduy o in un sito vicino. Si tratta di tecnologie nuove che promettono costi più bassi e forniture «di energia abbondante e sicura», ha rimarcato l’impresa Usa.



NuScale è un nome da evidenziare in rosso, per quanto riguarda il fronte nucleare a Est, in concorrenza con l’industria nucleare soprattutto francese, in prima linea per collocare nell’area i suoi prodotti. L’azienda americana ha siglato intese simili a quella bulgara anche in Ucraina, ma soprattutto in Repubblica Ceca e in Romania. E in rosso bisogna contrassegnare anche la tecnologia dei piccoli reattori modulari. Ci punta molto l’Estonia, ancora nuclear-free, dove la Fermi Energia ha promesso a inizio febbraio di «sviluppare una centrale nucleare» di piccole dimensioni, sempre grazie a Smr di nuovissima generazione, «garantendo la sicurezza delle forniture energetiche» a basso prezzo. Smr che rimangono un’opzione sul tavolo anche in Cechia, in cooperazione con il Giappone. E lo stesso vale per il progetto, ancora assai fumoso, della cosiddetta “Krsko 2”, in Slovenia, dove la centrale di Krsko copre oggi il 37,2% del fabbisogno. A evocarla, è stata a metà 2019 Washington, descrivendo proprio la Slovenia «come un eccellente mercato per questa tecnologia innovativa», in vista di un potenziale raddoppio della centrale. Coll’interessato suggerimento a Lubiana di non lasciarsi sedurre dalle sirene russe e cinesi, e neanche da quelle francesi, puntando invece «sulla tecnologia americana», in particolare quella Westinghouse, «che produce i migliori reattori al mondo».

Ma c’è anche chi va avanti affidandosi a progetti più tradizionali. Lo fa ad esempio la Romania, impegnata nella modernizzazione e nel potenziamento di Cernavoda, con lo sguardo a Ovest – dopo aver tagliato i ponti con Pechino. E l’Ungheria, dove a fine 2020 ha ricevuto una nuova luce verde il piano di costruzione di Paks 2, progetto a traino russo da circa dieci miliardi di euro, inizio lavori atteso nel 2021.

Del resto a Est «bisogna ridurre l’uso del carbone o eliminarlo del tutto» e allora l’unica via «che soddisfi l’economia e la sua fame di energia» è segnata, «ci serve il nucleare», ha ribadito il presidente magiaro Janos Ader, in un vertice per celebrare i trent’anni del Gruppo di Visegrad. Gruppo che sembra condividere la linea magiara, hanno concordato i suoi omologhi. Lo fa la Cechia, che procede nel piano di realizzazione del nuovo reattore a Dukovany, escludendo però dalla gara Russia e Cina, l’idea che si sta facendo largo a Praga, mentre in Slovacchia si lavora al potenziamento di Mochovce.

È la Polonia però il piatto più ricco. Paese tradizionalmente dipendente dal carbone. Ma Varsavia mira a usare il nucleare per la “decarbonizzazione” e ha considerato con interesse la mano tesa della Corea del Sud, che si è offerta per la costruzione delle prime centrali nucleari, già entro il 2033. —


 

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