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I teatri del Friuli Venezia Giulia si accendono di luce e di speranze: «I luoghi di cultura meritano di ripartire»

L’appello del direttore del Politeama Rossetti a un anno dallo stop: «Le parole di Franceschini vanno nel verso giusto: è tempo di aprire» 

TRIESTE. È un segno. È un simbolo. È un segnale di luce: quello che può guidare i teatri verso l'uscita dal tunnel della inattività. È passato un anno esatto dalla data in cui i primi allarmati provvedimenti di precauzione anti-covid avevano chiuso al pubblico gli ingressi degli spazi teatrali e dei cinema. E spento riflettori e luci.

I teatri del Friuli Venezia Giulia si accendono di luce e di speranze



Lunedì 22 febbraio, nell'Italia degli ottomila comuni e degli ottomila teatri, le luci delle sale, dei foyer, dei camerini si sono riaccese. Un colpo d'interruttore generale, un nuovo flusso di corrente elettrica, ma anche emotiva. Un'iniziativa promossa dai lavoratori dello spettacolo dal vivo, e dalla sigla che più li rappresenta "U.n.i.t.a" (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo), i quali al di là delle differenze - teatri pubblici e privati, nazionali e municipali, piccoli e grandi, storici e appena costruiti - hanno voluto dar luce alle sale per dire: “Un anno è passato, siamo fermi qua, pensate anche noi adesso”.



Lo deve aver pensato pure il ministro Dario Franceschini, riconfermato da Draghi alla Cultura, che ieri, ben consapevole dell'infausto anniversario, ha ritenuto fosse suo compito infondere il coraggio della ripresa. Con fin troppo ritardo, è necessario dirlo.

Anche in regione si sono illuminate decine di teatri, compreso, a Trieste, il Politeama Rossettie, dove abbiamo sentito Paolo Valerio, che da due mesi quasi lo dirige.

Che significato vogliamo dare a una sala priva del suo pubblico, ma illuminata?

«La luce torna continuamente nelle storie dei teatro. “Quale luce apre l'ombra da quel balcone” dice Romeo a Giulietta. Qui al Rossetti l'esperienza si fa ancora più unica, irripetibile, perché, come gli spettatori sanno, la volta della sala principale è punteggiata di stelle. Mi sembra un segnale forte, poetico, molto caratterizzante».

In realtà per quanto fossero chiusi al pubblico, i teatri in tutta Italia sono riusciti a lavorare, pur a regime minimo.

«Lo scorso giugno, quando l’epidemia ha cominciato a mollare un po’ la presa, tutti abbiamo festeggiato una timida riapertura e sperato che l'attività potesse riprendere presto a regime normale. Allo Stabile del Fvg abbiamo messo in piedi anche una produzione, “La pazza di Chaillot” con la regia di Franco Però, spettacolo che è riuscito ad avere un sua breve tournée. Anche nel momento della seconda ondata, la più difficile, siamo andati coraggiosamente avanti. Progetti recenti come quelli dedicati al Giorno della Memoria e al Giorno del Ricordo, pur in modalità audiovisiva, hanno continuato a tenere saldo il rapporto con il pubblico».

Potremmo e vorremmo essere i primi in Europa a riaprire le sale, ha detto ieri Dario Franceschini. Lei pensa che succederà così?

«Sono convinto che le parole di Franceschini vadano nel senso giusto. Vogliamo tutti credere che sia così. Da Israele giungono notizie incoraggianti, anche se là sono parecchio avanti con le vaccinazioni. La Spagna ha già timidamente riaperto. E così mi dicono succeda anche nella vicina Croazia. A giugno lo abbiamo visto: contingentati quanto a numeri, igienizzati in ogni spazio, i teatri sono luoghi sicuri. Gli spettatori, ciascuno con la sua mascherina, lo sanno. E le mia impressione è che nessuno avrà paura, se tutto ciò sarà rispettato. Proprio come sta succedendo in questi giorni nei musei».

Realisticamente: la ripresa potrebbe avviarsi dopo Pasqua?

«Se non saremo i primi in Europa, saremo i secondi, i terzi. Non è importante. Importante è ripartire tutti. Presto. E c'è bisogno di una data precisa. Una data in cui si possa dire: i teatri riaprono in sicurezza. Abbiamo il diritto di conoscerla».

Rimettere in moto un teatro non è come riaprire le porte di una palestra, di un cinema, di una piscina.

«Riaprire, per noi, comporta un meccanismo complicato e lento: la programmazione concordata delle date, l'accoglienza delle compagnie, la promozione dei titoli e degli eventi, tutte che cose che hanno bisogno di tempo. Penso che Franceschini abbia chiaro tutto ciò. E gli incontri che farà questa settimana, con i rappresentati di chi lavora nello spettacolo dal vivo e gestisce i cinema, sembrano orientati in questo senso».

Il Rossetti è un edificio che - come dite voi teatranti - prende bene la luce.

«Brillerà quello che un tempo era il portico e ora è lo spazio dell'accoglienza. Si accenderà la facciata grazie a un potente proiettore esterno. E sentiremo voci: quelle dei grandi interpreti che sono passati di qua. Da Marisa Fabbri a Omero Antonutti, da Marcello Mastroianni a Gigi Proietti. Abbiamo pensato anche a un quaderno dove ogni passante possa lasciare un pensiero, una riflessione, una nostalgia. Che potrebbe a breve trasformarsi in nuova energia».
 

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