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Sette notti all'addiaccio, gli esperti della montagna: «Un’impresa sopravvivere in quelle condizioni. Non è stata solo fortuna»

Roberto Valenti

Istruttori, soccorritori e alpinisti di spicco del Fvg uniti dallo stupore per la storia del triestino Michele Benedet. Valenti: questione di Dna e istinto. Savio: telo e giubbotto decisivi 

TRIESTE «Per me è una questione di Dna e di istinto, altrimenti non puoi sopravvivere per una settimana dormendo all’addiaccio, con temperature sotto lo zero, infortunato, senza cibo né acqua». Roberto Valenti, guardia forestale, istruttore nazionale di sci alpinismo con esperienza trentennale e per oltre 10 anni impegnato nel soccorso alpino, non ha dubbi: Michele Benedet non è stato solo fortunato.



«Il caso di questo ragazzo mi ha fatto venire subito in mente due vicende che hanno coinvolto altrettanti alpinisti triestini. A metà anni Novanta il mio caro amico Mauro Rumez cadde in un crepaccio durante una discesa in Nuova Zelanda. Era completamente solo. Nell’incidente si ruppe tibia e perone. Riuscì ad uscire dal crepaccio e trascinandosi con i gomiti percorse diversi chilometri fino a trovare un bivacco dotato di radio. Anche a causa del maltempo solamente dopo un paio di giorni i soccorsi riuscirono a trarlo in salvo».



L’altro episodio riguarda Sergio Serra, noto alpinista e speleologo triestino. «Uscito dall’abisso Gortani, sul Canin, venne travolto da una valanga. Serra era vestito con una semplice tuta da speleo. Venne ritrovato vivo, quasi congelato, dopo tre giorni. Un altro fulgido esempio di come la voglia di sopravvivere possa permetterci di superare ostacoli normalmente insormontabili per un essere umano», aggiunge Valenti.

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Spartaco Savio, colonna del soccorso alpino speleologico del Friuli Venezia Giulia ed ex presidente della commissione grotte “Eugenio Boegan” della Società alpina delle Giulie, è invece stupefatto dal lieto esito della vicenda che ha coinvolto Michele Benedet. E cita il fato.



«Se rimani all’addiaccio per sette notti, con una frattura agli arti inferiori, in inverno, senza avere nulla da mangiare né da bere e ti ritrovi vivo, significa semplicemente che non era giunta ancora la tua ora. Certo, il fatto che avesse un telo termico e magari un buon giubbotto addosso sono stati fattori assolutamente decisivi per la sua sopravvivenza, ma che sia vivo ha quasi dell’incredibile. Personalmente – aggiunge Savio – in vita mia non mi è mai capitato di sentire una storia del genere. Una notte all’addiaccio, anche due, sì, ma una settimana intera... davvero notevole. Senza mangiare si riesce a sopravvivere - prosegue Savio - ma rimanere in vita senza bere per una settimana è una impresa, anche se il fatto che non abbia consumato energie rimanendo sempre fermo lo deve aver aiutato non poco nel sopravvivere a questa brutta esperienza».



Un altro esperto di soccorsi è Sandro Miorini, delegato del Corpo nazionale del Fvg. «Quello di Michele Benedet non è il primo caso di sopravvivenza in condizioni estreme accaduto nella nostra regione. Anni fa c’è stato il caso di una donna anziana friulana che si era persa nelle Alpi Giulie ed era rimasta all’addiaccio per diversi giorni. Ricordo che per sopravvivere rimase sempre in movimento durante la notte, ossia durante le ore più fredde, mentre durante le ore meno fredde, quindi di giorno, dormiva. Solo con questo “trucco” la donna fu ritrovata in ipotermia. Ma viva».—


 

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