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Le due facce del silenzio: veste o sveste il potere

Colpisce il contrasto evidente, anche giustificabile, che si è creato negli ultimi giorni e che lascerà di sicuro una lunga scia, tra l’invito a usare poche parole e il vocio continuo dei media, l’esigenza di una cronaca assillante, minuto per minuto, senza concedere pause, con discorsi a pioggia.

TRIESTE Uno come me che elogia da sempre il silenzio guarda ovviamente con molta attenzione la nascita del nuovo governo e la sollecitazione a “parlare meno” che sembra accompagnarla. Limitare le parole, in buona sostanza, vorrebbe dire: agire, badare soprattutto ai fatti. La questione del silenzio è tuttavia un po’ più complessa e, se volessimo semplificarla, presenta due facce contrapposte.

Innanzi tutto osserviamo la scena attuale: colpisce il contrasto evidente, anche giustificabile, che si è creato negli ultimi giorni e che lascerà di sicuro una lunga scia, tra l’invito a usare poche parole e il vocio continuo dei media, l’esigenza di una cronaca assillante, minuto per minuto, senza concedere pause, con discorsi a pioggia. Molti avrebbero avuto voglia di dire “basta!” a simile bombardamento che appariva ossessivo e comunque era l’esatto contrario di un silenzio. Per intere giornate le reti televisive si sono occupate solo di quest’unico argomento e ogni canale quasi si sovrapponeva all’altro.


Ma, al di là di tale notazione superficiale e in ogni caso sintomatica, che cosa ci indica un atteggiamento rivolto al silenzio? Qui, cioè nell’odierna situazione politica, il silenzio ha un tratto manifesto di potere: non so se ne rappresenti addirittura la “glacialità”, come qualcuno ha proposto, certo suggerisce un comportamento di autorevolezza, se non altro manifesta una grande sicurezza di sé. Chi non sente il bisogno di lunghi discorsi, e dice in pochi minuti quello che ha da dire, mostra di essere sicuro, di non avere dubbi e di non volersi perdere in chiacchiere inutili.

Ho incontrato parecchie volte questo modo di esercitare il potere attraverso il silenzio: “parlate, vi ascolto”. Posto che sia davvero una virtù, non è una capacità da poco: bisogna, appunto, riuscire ad ascoltare senza precipitarsi a interloquire, non è facile. Ed è poi diventato un atteggiamento sempre più difficile da tenere con i tempi che oggi corrono, quando ciascuno di noi si sente quasi obbligato a intervenire, subito, attraverso i social o interrompendo le parole di chi gli sta parlando.

Questa faccia autorevole, perfino autoritaria, della pratica del silenzio ha a propria volta diverse sfaccettature, dalla prepotenza dissimulata alla sobrietà professata. È più efficace la prima o la seconda? Dipende. In ogni caso, si tratta pur sempre di un’attitudine che appartiene a chi riesce a farsi valere, un silenzio al servizio dell’“arte” di governare gli altri e sé stessi (direbbe Michel Foucault). Sì, perché chi riesce a esercitarla non può esserne immune.

Ma esiste anche un esercizio del silenzio tutto diverso da una pratica di potere, dove la sobrietà confina piuttosto con il pudore e l’ascolto degli altri può diventare un modo per permettere di parlare a coloro che normalmente non possono parlare. È un gesto raro, poiché non è un vestito che il potere indossa per funzionare meglio, ma un mantello di cui il potere riesce a svestirsi rivelando e negando la propria natura autoritaria, come accade a un medico quando si toglie il camice a vantaggio dei suoi pazienti.

Per esempio pensiamo a come si è comportato Franco Basaglia nella sua pratica di de-istituzionalizzazione del manicomio. Cito questo evento, ben noto ai lettori, perché mi pare significativo di una pratica della “sospensione”, quell’arte davvero sorprendente che gli ha permesso di collocare “tra parentesi” le ideologie della psichiatria e di guardare con occhi nuovi la malattia mentale come veniva secolarmente intesa, arrivando alla promulgazione di una legge (la “legge 180”) che decretava la chiusura dei manicomi.

È un esempio clamoroso che ha avuto un ascolto internazionale: esso nasce dalla capacità di “silenziare” pregiudizi che sembravano inestirpabili. C’è dunque un altro silenzio che può diventare strumento per cambiamenti radicali. Intorno al gesto che sta alla base di tale “silenzio” forse non si è detto abbastanza. Piaccia o meno ai nostri palati frettolosi, disabituati ad apprezzare i sapori delle cose, questo gesto ha a che fare con la filosofia: è quello che caratterizza il pensiero fenomenologico e che di solito chiamiamo epoché.

Una pratica in cui il silenzio coincide con la pausa critica: in breve, si tratta di ottenere un distanziamento dall’ovvietà di ciò che appare indiscutibilmente normale. È il silenzio pensoso (e scomodo) di chi non si conforma all’opinione condivisa, confermata magari dalla scienza stessa.

È un silenzio sempre più raro nel mondo d’oggi, ma è anche un gesto che sarebbe alla portata di ciascuno di noi se solo avessimo un soprassalto rispetto al trantran dell’agire quotidiano e cancellassimo per un istante l’audio del blabla assordante intorno a noi (e dentro noi stessi).

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