Caporalato nell’appalto Fincantieri a Monfalcone: chiedevano una quota d’ingresso per lavorare

Una veduta dello stabilimento di Fincantieri e Panzano. Foto Katia Bonaventura

Secondo l’accusa chiesti fino a mille euro e una trattenuta in busta paga. Oggi interrogati i tre arrestati

MONFALCONE Non solo la decurtazione del 15% circa dell’importo mensilmente percepito in busta paga, ma anche l’“una tantum” all’assunzione del lavoratore, nella stragrande maggioranza dei casi a tempo determinato. Una somma variabile «tra i 700 e i 1.000 euro». Pretesa sulla base di una considerazione: all’inquadramento l’operaio, spesso bengalese, avrebbe potuto esigere il permesso di soggiorno, sicché a fronte di un possibile beneficio scattava la corresponsione extra. Ancora oggetto di indagine la verifica se il denaro finisse, in questo caso, nelle tasche del capocantiere oppure dell’incaricato delle riscossioni: l’attività investigativa è tuttora in atto.

Ma questo è lo spaccato a emergere nella ricostruzione dei carabinieri di via Sant’Anna, coordinati dal sostituto Ilaria Iozzi. Sono loro a procedere, in queste ore, con la capillare analisi di conti correnti, carte ricaricabili e ogni altra documentazione finanziaria, nell’indagine avviata ad aprile, dopo la denuncia di due operai bengalesi, cui in seguito si sono aggiunte ulteriori segnalazioni di lavoratori, alcuni da ascoltare prossimamente in caserma. Non si escludono altri sviluppi.


Le indagini hanno scosso il mondo dell’appalto Fincantieri con l’arresto, lunedì, di tre lavoratori della Pad Carpenterie srl, società storica della navalmeccanica (170 occupati in tutto), con operatività a Monfalcone, Genova e Falconara Marittima, in provincia di Ancona, la sede amministrativa. Le manette sono scattate per i due capicantiere Luigi Scognamillo e Orlando Carolei, nonché per il fratello di quest’ultimo, Paolo, invece operaio. Tutti campani di origine e da tempo residenti in zona, tutti ancora in carcere, in attesa dell’interrogatorio di garanzia fissato oggi davanti al gip del Tribunale di Gorizia Carlo Isidoro Colombo. Del Giudice per le indagini preliminari, infatti, le tre ordinanze di custodia che all’alba, due giorni fa, hanno dato il la alle perquisizioni nelle abitazioni (e uffici) dei tre partenopei, accusati dalla Procura di estorsione e caporalato. Uno dei locali oggetto di verifica e riconducibile alla Pad nella centralissima via Fratelli Rosselli, dove la presenza dei militari, alle prime ore della giornata, non è passata inosservata.

Nell’ambito dell’indagine anche cinque indagati: due operai bengalesi che venivano incaricati delle riscossioni di denaro estorto ai lavoratori connazionali e tre amministratori, ossia il titolare della Pad Carpenterie e i titolari di due agenzie interinali, Quanto e Feres. Qui i profili sono diversi, infatti Giuseppe Spedicato, il legale della ditta dell’appalto diretto di Fincantieri (invece «estranea ai fatti» per la Procura) ha già lunedì espresso, parlando anche in relazione alle due agenzie, «estraneità alle ipotesi di sfruttamento ed estorsione». Insomma, una «vicenda tutta da approfondire». Ieri invece il penalista Riccardo Cattarini ha assunto l’incarico di avvocato di fiducia di Orlando Carolei, visitato in carcere nel pomeriggio: «Ancora una volta si dimostra come non sia possibile risolvere un problema immenso, come quello dell’appalto Fincantieri, a colpi di inchieste penali, trattandosi invece di un problema sociale». Cattarini approfondirà le tremila pagine d’inchiesta, ma «pare, a un primissimo esame, che l’indagine lasci spazi difensivi, come avvenuto, in casi simili, già in passato». Per Paolo Carolei, con ruolo minore, parlava invece ieri il legale d’ufficio Andrea Guadagnini, precisando per l’assistito «mansioni non attinenti a quelle amministrative: non redigeva le buste paga».

Estorsione e caporalato: in sintesi i reati contestati dalla Procura riguardano la somministrazione fraudolenta di manodopera, nell’avvalersi di società di lavoro interinale per le assunzioni, non rispettando i limiti stabiliti dalla normativa, il cosiddetto “Decreto Dignità” (articolo 31 legge 96/2018), con l’impiego di lavoratori oltre il tetto massimo del 30% previsto. Stando all’attività compiuta dal Nucleo operativo e radiomobile, con l’ispettorato del Lavoro di Gorizia, «gli arrestati, nella loro qualità di “capocantiere”, si facevano restituire con la minaccia una parte dello stipendio percepito in busta paga dai lavoratori». Invece due indagati, operai bengalesi, «erano incaricati delle riscossioni», che «poi conferivano agli arrestati». In caso di rifiuto di restituzione del contante, il 15%, percepito in busta paga (che «formalmente risultava corretta») scaturiva la minaccia, sempre per l’accusa, «con violenza fisica e verbale o prospettando la riduzione d’orario di lavoro, il licenziamento o mancato rinnovo del contratto». Talvolta si chiedevano perfino 50 euro al mese per gli armadietti. Estorta altresì «gran parte della cassa integrazione nei due mesi di lockdown». I militari hanno proceduto al sequestro preventivo di denaro in conti correnti intestati o nella disponibilità degli indagati: 31.500 euro in tutto. –

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